L’ultimo uomo
Conduco, mio malgrado, un’esistenza frenetica, tra un lavoro poco programmabile e congestioni famigliari di una certa complessità, al punto da faticare non poco a trovare momenti di raccoglimento attraverso i quali osservare il mondo che mi passa intorno e la strada che corre sotto i piedi. Affido così le mie riflessioni più che altro a intuizioni, illuminazioni (talvolta ombrose), sintesi aforismatiche e sussulti di emozioni nervose.
Ultimamente, in questi momenti particolari, mi tormenta la constatazione non amichevole di abitare un’umanità che ha perso uno scopo, l’istinto di trovare un senso nelle esperienze, la volontà di darsi un orizzonte progettuale, l’immaginazione creatrice, la curiosità per tutto ciò che non si può vedere con gli occhi. Sembra tutto un vivere perché si vive, neanche perché si deve o bisogna vivere, semplicemente si vive, concentrati sul presente, incantati dall’ultima tendenza, senza introspezione né profonda socializzazione. L’intelligenza emotiva, chi ce l’ha finisce per usarla per manipolare, per una soddisfazione immediata e individualista, sempre più scollegata dal piano organico dell’umano consorzio.
A questi torvi pensieri, però, subito se ne affiancano altri, che sono più o meno di questo tenore: forse sono io che ho perso la freschezza del cambiamento, che rincorro ciò che anche anagraficamente non mi può più appartenere, e allora critico ciò che non capisco per non accettare il fatto che sono io che mi escludo dal mondo e non viceversa. Resta il fatto che il disagio mi attanaglia come la stretta di un serpente o la mandibola di un predatore, e allora la mente corre a valutare il fatto che forse sta nascendo un uomo nuovo, quello che ha trasvalutato tutto ciò che la storia ci ha lasciato e viaggia con una consapevolezza disincantata verso una meta che i miei occhiali non possono intravvedere.
E qui succede qualcosa, e cioè che in uno di quei momenti particolari mi salta in mente una paginetta, non più di una paginetta, del prologo di Così parlò Zarathustra (1883), quella in cui l’autore Friedrich Nietzsche, neanche quarantenne, prefigura la venuta dell’ultimo uomo. Una pagina che rappresenta la grandezza della miseria a cui la missione di essere uomo si ridurrà: informe deformità, poltiglia psico-sociale, una deriva necessaria prima che qualcosa di nuovo affiori in ciò che si incarna. E quali siano i tratti distintivi di questo ultimo uomo è presto detto. È così piccolo e meschino da non riuscire nemmeno a disprezzare sé stesso. Non pensa in grande, non concettualizza per trascendere amore, impulso creativo, infinità, aspirazione. Aborre le tensioni dello spirito. Lavora, sogna, ma senza affanno, quel tanto che basta per essere lasciato in pace. Niente politica vissuta sulla propria pelle, niente dialettica, un solo grande gregge senza un pastore che dia la direzione. Conformista, mediocre, piatto, banale e insulso, non ama e non odia: si accompagna. Non ha un perché che lo renda unico, volitivo, capace di rischiare. Si fa scherno dell’umanità trascorsa e gode del nulla che altri hanno apparecchiato per lui.
E allora capisco che ci siamo: il mio tempo è il tempo dell’ultimo uomo. Perché in quest’epoca vedo accadere cose orrende. E non mi riferisco a guerre, carestie, massacri, ecc. Casomai alle strutture di pensiero di cui certe calamità sono la conseguenza. Mi riferisco in modo molto esplicito alle derive antiumane che tengono banco in modo sempre più frenetico e oppressivo negli ultimi decenni.
La negazione dell’identità biologica attraverso la percezione di genere, il commercio dei bambini nati per procura, l’aborto senza limite gestazionale, l’omicidio del consenziente, l’infatuazione o la sottovalutazione delle culture irrazionali e antidemocratiche come quella islamica, l’autoannientamento e l’ignoranza verso un sapere occidentale che viene demonizzato alla radice, la negazione di ogni metafisica come di ogni opzione non meramente materiale, il culto del mercato, l’internazionalismo di classe, l’ignoranza della storia, la fede acefala in una scienza medica imposta da una politica convenzionata con le multinazionali.
Temi forti e divisivi direbbe qualcuno. E questo è un altro segno dei tempi, perché un pensiero che presenta la negazione della vita come diritto civile inalienabile e privato è addirittura antidarwiniano: è contro l’istinto di sopravvivenza. Una babele dell’inconscio, la cui vera cifra è quella del “regno” del colonnello Kurtz in Apocalypse Now.
E in questo domino dell’assurdo in cui pure la decadenza è decaduta (o deceduta?), ecco che l’ultimo uomo è pronto a darsi una faccia socialmente presentabile, indignandosi o sbraitando per problemi alla moda su cui non potrà mai avere alcuna incidenza. Convinto, alla fine, che va bene così, perché tanto grazie all’AI li fregherà tutti. E di abdicazione in abdicazione si immolerà nel fuoco del crepuscolo degl’idoli (visto che gli dèi sono già morti) presentando a sé stesso la sua fine come una conquista, un’affermazione di libertà, talmente libera da non avere nemmeno un orizzonte vincolante per esercitarla.