Il bagnino, il sensitivo e i topi che non stavano ai patti
Estate 1971, una piscina di Long Island. William Bengston ha ventun anni, una laurea in sociologia e zero idee su come impiegarla. Così fa il bagnino: mestiere ideale per chi aspetta che la vita cominci a fare sul serio. Una collega gli indica un tizio a bordo vasca con un sorrisetto: quello è un sensitivo. Bill, che dei sensitivi diffida per vocazione, va a presentarsi durante la pausa. Non sa che sta per farsi rovesciare l'esistenza da uno sconosciuto in riva a una piscina.
Il tizio si chiama Bennett Mayrick, ha quasi cinquant'anni e un talento che fa arrabbiare: gli dai in mano un oggetto e ti racconta tutto del suo proprietario. Bengston reagisce da sociologo, cioè da guastafeste. Per mesi inventa test in doppio cieco con l'unico scopo di fregarlo. Perde, per sua ammissione, ogni volta. Poi la faccenda si complica: Ben comincia a sentire nel proprio corpo i malanni delle persone e, per scrollarseli di dosso, usa le mani. Il primo paziente è proprio l'allievo scettico: il mal di schiena cronico se ne va e non torna più.
Da lì il passaparola fa il resto. Gente con diagnosi pesanti bussa alla porta, Ben appoggia le mani per un'ora, Bill lo affianca. Non funziona su tutto (le verruche resistono, per il raffreddore meglio l'inalatore) e ammetterlo, in un libro che racconta oltre 35 anni di ricerche scientifiche ed esperimenti clinici sull'efficacia della guarigione energetica attraverso l'imposizione delle mani, disarma più di un miracolo.
Due amiche, un bivio
Laurie e Carol, quarantenni tornate all'università, ricevono la stessa diagnosi nella stessa settimana: tumore al seno con metastasi, quattro mesi di vita. Laurie, testarda di natura, sceglie Bengston: sei giorni su sette per due mesi, con un'intensità tale che a lui spuntano bernoccoli sotto le ascelle che svaniscono appena si stacca da lei. Le analisi mostrano i tumori in ritirata. Carol imbocca la strada della medicina tradizionale. Bengston racconta di aver partecipato al suo funerale. Nessun verdetto, nessuna morale: solo due destini che si separano su una scelta.
Poi c'è Ryan, quattro anni, retinoblastoma, maniaco dei treni e capace di recitare ogni fermata della metropolitana di New York. Arriva imbronciato, afferra la mano sinistra di Bengston, se la piazza sull'occhio e sta buono un'ora intera. Finita la seduta, torna un moccioso capriccioso. Agli ultimi incontri i genitori devono trattenerlo a forza, come se avesse fiutato di non averne più bisogno.
Il laboratorio e i topi ribelli
Ma Bengston è uno che vuole i fatti e nel 1975 porta la faccenda al Queens College di New York. Topi allevati per non avere difese, iniettati con un tumore mammario letale che li stende tutti entro al massimo un mese. All'ultimo, Ben, allergico ai test formali, si sfila, e curare tocca a Bill, riluttante. Risultato: i roditori sopravvivono senza eccezioni, soprattutto non si ammalano più se re-iniettati. La biologa che da vent'anni lavora su quegli stessi topi senza mai ottenere una remissione piomba dal capo dipartimento quasi a supplicare: che cosa avete fatto? A reggergli il gioco c'è il geologo Dave Krinsley che finanzia e allestisce i primi esperimenti e che Bill convince, tra mille proteste, a farsi insegnare la tecnica.
Poi i topi cominciano a fare di testa loro. Gli animali di controllo, quelli che dovevano morire per fare da termine di paragone, guariscono anche loro. Bengston ricorda di averli visitati dieci minuti e di averli poi pensati con pena. Cambia mossa e insegna il metodo a chi vuole provarci. Sceglie apposta i due studenti che gli hanno riso in faccia, per togliere la fede dall'equazione. Funziona lo stesso. Quando propone l'esperimento alla direttrice di biologia della Saint Joseph's University, quella scoppia a ridere e a fatica riprende contegno. Accetta comunque, a patto di scegliersi i volontari. Marvin Wasserman, capo di biologia del Queens e guaritore per l'occasione, davanti al terzo giro alza sbigottito le mani: la sua specialità sono i moscerini della frutta, non i topi.
E qui arriva il rompicapo: gli studenti di biologia, forse annoiati, forse imbarazzati, curano i topi portati a casa ma non quelli del laboratorio. Intanto i controlli spediti in un'altra città muoiono tutti, come da copione. Otto su otto. I topi non leggono i manuali, ma qualcosa sembrano sapere.
L'illuminazione di Natale
Bengston ci rimugina su per oltre dieci anni. Poi nel Natale del 2002 balza giù dal letto e si mette a correre per casa parlando a chiunque senza che nessuno capisca. Ha avuto un'idea da sociologo: due gruppi tenuti in stanze diverse non sono necessariamente indipendenti. Tra guaritori, topi e controlli si sarebbe creato un legame risonante, un campo di intenzione e affetto. E un legame, a quanto pare, si può anche spezzare con un viaggio in un'altra città.
Il prezzo è alto, com'è ovvio per chi rema contro la corrente. William Bengston perde il posto all'UConn, si ritrova ai margini, trova casa nella Society for Scientific Exploration, un'oasi di scienziati abituati a guardare ciò che non entra nelle caselle. Continua a farsi sondare da risonanze magnetiche ed elettroencefalogrammi e a chiedersi se il dono si possa insegnare. Lui, che voleva solo smontare la faccenda, si è definito fino all’ultimo giorno uno scettico fallito: i dati accumulati hanno sopraffatto la sua incredulità.
Il libro The Energy Cure non ha la pretesa di chiudere il caso: Bengston stesso ammette che resta molto da capire. Ma ha la rara qualità di raccontare una storia scomoda con la voce di chi ci è passato in mezzo, senza sfumature da guru e senza paura di sembrare ingenuo. E ci ricorda qualcosa di semplice, oserei dire lapalissiano: le anomalie non spariscono solo perché ci si rifiuta di guardarle.