La ferita da ingiustizia - InEsergo

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La quinta ferita evolutiva

La ferita da ingiustizia

“Il vostro compito non è cercare l'amore, ma, semplicemente, cercare e trovare dentro di voi tutte le barriere che avete costruito contro di esso.
Jalal al-Din Rumi - poeta persiano
 

Negli articoli precedenti ho descritto le ferite emozionali come un’occasione evolutiva, un invito a guardare con coraggio al nostro dolore. Quando si viene a contatto con la propria vulnerabilità e sofferenza è probabile che, per un istinto di sopravvivenza, si cerchi di proteggersi indossando alcune maschere. Anche se solitamente c'è una maschera che è prevalente sulle altre, ogni essere umano fa esperienza di almeno quattro delle cinque ferite. In generale più diverremo consapevoli delle nostre ferite più svilupperemo il nostro potere personale di scelta e aumenteremo il grado di compassione, di responsabilità e di libertà sulla nostra vita.

Esploriamo ora l'ultima delle ferite emozionali. La ferita da ingiustizia è la più complessa delle cinque: si presenta intorno ai 4/6 anni di età ed è attivata dal genitore dello stesso sesso che, oltre a pretendere dal figlio un comportamento ideale, si mostra generalmente anaffettivo e distaccato. Il figlio così, per ricevere un po' di amore e considerazione, cercherà il più possibile di aderire all'immagine voluta dal genitore, rinunciando drammaticamente alla sua autenticità.

Chi vive questo condizionamento sente di aver ricevuto immeritatamente un'ingiustizia per aver subito azioni manipolatorie costruite sulla base di accuse e di modalità punitive. Nonostante questo dolore, al fine di soddisfare bisogni vitali, quali ad esempio, apprezzamento e appartenenza, il figlio cercherà di allinearsi il più possibile alla visione del genitore e quindi all'immagine di perfezione che ha interiorizzato. Questo lo porterà a non sentirsi visto e amato per ciò che è e ad essere disconnesso dai suoi valori e da ciò che prova e quindi, in definitiva, ad allontanarsi dalla sua essenza.

L'obiettivo di chi ha questa ferita è quello di sentirsi meritevole e considerato e la strategia per raggiungerlo lo conduce solitamente a mantenere standard elevati in tutto ciò che fa. Questo, inconsciamente, non farà altro che rafforzare la sensazione di sofferenza e di ingiustizia e quindi, in definitiva, confermare la credenza che non potrà mai essere amato incondizionatamente.

La persona con la ferita da ingiustizia ama l'ordine, la chiarezza e la precisione. È generalmente ottimista, vivace e curiosa ma anche competitiva e invidiosa. Ciò la conduce a giudicare e criticare con facilità, soprattutto se stessa. Adora la libertà e l'indipendenza e fatica a chiedere aiuto anche nelle situazioni più complesse. Il suo desiderio di perfezionismo la sollecita a dare il massimo in tutte le esperienze, a non mollare mai, almeno fino a quando il suo stato di salute la mette inesorabilmente di fronte ai suoi limiti.
La disconnessione con il suo corpo, con i suoi bisogni fisici ed emotivi la allontana anche dalla capacità di mostrarsi agli altri in modo autentico ed integro. Non vuole ammettere di avere problemi e, generalmente, fa fatica ad accogliere e ad essere grata per ciò che riceve perché fondamentalmente non crede di meritarlo.

La ferita da ingiustizia attiva la maschera del rigido
Il suo corpo appare armonioso e proporzionato, con spalle e natiche rotonde e scolpite. Il girovita, minuto e stretto, può essere enfatizzato dall'uso di cinture che, a livello energetico, esasperano il blocco emotivo. La sua rigidità si manifesta principalmente nel collo e nella mascella, che appare generalmente contratta e serrata. Ha un'andatura eretta e uno sguardo penetrante e fiero.

La paura principale di chi sperimenta questa ferita è rappresentata dall’indifferenza e dall’anaffettività. Ciò che teme di più, in altre parole, è la freddezza e fare esperienza di azioni lontane da tutti quei valori che sostengono la parte più umana e compassionevole dell'uomo. Tuttavia, come spesso succede a chi non riesce a trasformare il proprio dolore in consapevolezza e perdono, la persona che vive questo condizionamento ha la tendenza a utilizzare proprio la modalità che più disprezza e di cui ha più timore, dimostrandosi rigido e distaccato. A questa paura si aggiungono sia l'ansia e la preoccupazione di essere giudicati, e quindi di sbagliare, sia di prendere peso. Ama la meritocrazia perché gli offre la sicurezza che tutto verrà gestito con giustizia ed equità e soprattutto con efficienza e efficacia.

In lui c'è la credenza che essenzialmente “non merita nulla” e quindi accoglie solo quello che ritiene giusto e davvero guadagnato. È una persona concreta e puntuale che si lascia difficilmente trasportare dalla spontaneità e dalla fiducia. Può succedere, molto raramente, che abbia attacchi di collera di cui poi si vergogna moltissimo perché ciò che teme di più è la perdita di controllo. Non accetta le critiche, a cui reagisce generalmente con stizza e ribellione, soprattutto da parte di chi percepisce come colui che può mettere a rischio la sua autostima e il suo potere personale.

Il rigido ha delle caratteristiche simili a quelle del controllore (in quanto entrambi amano il controllo); al contempo, mentre quest'ultimo attua questa modalità nelle situazioni quotidiane, il rigido la rivolge a se stesso attraverso la spinta alla meticolosità e al biasimo. In realtà, chi indossa questa maschera nasconde, probabilmente anche a se stesso, una profonda sensibilità che non vuole contattare ed esprimere per il timore di soffrire nuovamente. Il suo bambino interiore, anche da adulto, continua a mandargli messaggi di protezione e chiusura, alimentando così inconsapevolmente i meccanismi che lo allontanano dalla sua stessa liberazione.

La ferita da ingiustizia: una via evolutiva
Come per le altre ferite, chi si riconosce in questo condizionamento può iniziare questo coraggioso viaggio dentro se stesso osservando la maschera, attraversando i sentimenti e i bisogni che nasconde e che, anche se dolorosi, vogliono essere incontrati e onorati. Nel profondo della propria interiorità infatti il rigido ha un forte desiderio di contattare le proprie emozioni e soprattutto di condividerle agli altri. Quando riesce a superare l’angoscia di essere ferito e si apre con fiducia alla bellezza e all'abbondanza della vita può sperimentare la possibilità di amare ed essere amato.

Abbandonarsi al fluire della vita senza sforzo può consentire al rigido di saggiare l'intelligenza di un cuore coerente e fiducioso e quindi beneficiare di una pace e di un’integrità sia nel corpo, che si fa più sereno e flessibile, che nella mente, che diventa più presente e creativa.


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