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18 Febbraio 2021 - Attualità

Dalla musica alla vita, in un susseguirsi di note e intuizioni istantanee
  
Parliamo di improvvisazione
 
Tutti noi in un modo o nell’altro amiamo la musica. Tante volte vi sarà capitato di chiedervi, osservando i musicisti nell’espressione della loro arte, se quello che eseguono è studiato o creato all’istante, cioè improvvisato. È seducente l’idea di riuscire a prendere uno strumento in mano e creare qualcosa, una melodia, una bozza di canzone, una qualsivoglia serie di note che abbia un senso compiuto rispetto alla nostra sensibilità buttandola giù all’istante.

Ognuno di noi almeno una volta nella vita ha approcciato uno strumento musicale, spesso senza nessuna cognizione, con curiosità, magari barcamenandosi goffamente tra le corde di una chitarra o tra i tasti del pianoforte, semplicemente giocando con lo strumento; e tutti abbiamo provato un’enorme soddisfazione quando, in questa maniera così istintuale, casuale, intuitiva, siamo riusciti a individuare una combinazione di suoni piacevole all’orecchio, forse anche a quello di chi in quel momento condivideva la nostra esperienza.

Tutto ciò per un neofita potrebbe sembrare un gesto da niente: si tratta in realtà di un vero e proprio approccio all’arte dell’improvvisazione e in un certo senso dell’approccio più onesto e genuino verso questa forma di composizione istantanea. L’improvvisazione, anche nelle modalità più naif, più embrionali, quasi infantili, può regalarci un senso di soddisfazione, di creatività: la materializzazione di una serie di eventi sonori in tempo reale elargisce sempre una sensazione che anche in seguito, magari da provetti musicisti, riuscirà ad appagarci.

Ma come viene affrontato il gesto improvvisativo da chi invece ne ha sviscerato le innumerevoli potenzialità? Keith Jarret, uno dei più importanti pianisti jazz, raffinato improvvisatore, raccontando le tecniche da lui adoperate per improvvisare in modo efficace, ci dice che è sua prassi disfarsi delle abitudini esecutive consolidate, rivolgendo l’attenzione al corpo fisico, alle mani che possiedono quelle conoscenze (movimenti, gesti, tecniche) di cui lui è inconsapevole. La musica, suonata in questo modo, semplicemente accade. Tutti sappiamo però che i musicisti esercitandosi con i loro strumenti acquisiscono abilità procedurali e cognizioni tecniche che assimilano come automatismi. L’automatismo potrebbe risultare però addirittura nocivo rispetto a una visione pura e radicale dell’arte improvvisativa. Non è facile conseguire quella libertà espressiva che ci permette di tramutare le competenze in un mezzo creativo che dovrebbe essere esclusivamente procedurale, non parte della creazione: si correrebbe in caso contrario il rischio di dare vita ai nostri studi, che non sono ciò che siamo ma solo il percorso che abbiamo compiuto per godere di quell’autonomia che ci fa esprimere la verità, noi stessi.

I processi inconsci contribuiscono così, sotto l’impulso del momento, a creare musica. Un impulso che risente di tutto ciò che ci circonda, di quello in cui siamo immersi nel posto dove siamo, dell’aria che respiriamo, di un raggio di sole, dello sguardo felice di una persona a noi cara che è lì vicina. Il risultato di questa elaborazione in passato era destinato a perdersi nell’istante stesso in cui si produceva. Ma da decenni, ormai, possiamo fermare il momento improvvisativo rendendolo fisico grazie alla registrazione. L’esperienza del creare musica che prima era aleatoria, ed esisteva solo nel momento in cui si materializzava per disperdersi poi nell’oscurità del passato prossimo, ora viene cristallizzata, fissata. Possiamo riascoltare la nostra improvvisazione, ma attenzione, non ci sarà più la sorpresa, l’emozione provata nell’atto creativo, nell’attimo della genesi di ogni singola nota. Quell’emozione, unica e irripetibile, si perde nel momento della codifica su un nastro, un cd o un hard disk. Avremo generato un ricordo indelebile, fermandolo nel tempo, ma la sensazione che ci susciterà sarà diversa rispetto a quell’unico istante scaturito dalla creazione. Sarà come quando rivediamo dei filmati con le scene della nostra vita proiettate su uno schermo o su un monitor da un qualsivoglia supporto: non potranno trasmetterci le impressioni reali di quei momenti, gli odori, il calore o il freddo, i pensieri che erano nella nostra mente.

Possiamo allora fare un parallelo tra il gesto improvvisativo e la nostra vita. Sì, perché la nostra vita è improvvisazione. È fatta di intuizioni, di azioni che muovono dalla percezione di un preciso momento, da un accadimento esterno. L’improvvisazione genera degli eventi senza una programmazione, produce tutte quelle casualità che hanno contribuito a proiettare in avanti l’uomo nell’arte, nella cultura e nella conoscenza. Per fare in modo che l’improvvisazione, evento fecondo unico e irripetibile della nostra vita, sia fluida e scorrevole è necessario (come in musica) fermare il nostro “io” che pone i paletti. Quei paletti che ci cristallizzano nel personaggio che pensiamo di essere, che ci identificano immediatamente in una maschera pirandelliana mettendo le barriere all’opera teatrale che si sta compiendo nel flusso della vita.

Immaginiamo allora un “io” che oltre ad essere ben presente sia oltremodo terrorizzato, annichilito dalle paure ancestrali come quella di morire, di soffrire, di non vedere luce nel futuro. Chiediamoci allora: in una situazione del genere potremmo ancora improvvisare, essere nella condizione in cui l’estro creativo prende forma, realizzare l’espressione libera di noi stessi? No, non credo sia possibile. In queste condizioni l’uomo perde la sua caratteristica precipua, l’umanità, per avvicinarsi a una nuova forma prossima alla macchina. Una macchina biologica che ha come obiettivo unico la sopravvivenza, che esegue ordini, che fa il suo compito senza chiedersi se sia giusto o sbagliato, senza sentimenti, senza quella fiamma creativa, spenta dalle grigie ceneri generate dal terrore. Ora guardo il calendario: il 21 febbraio di esattamente un anno fa in una cittadina veneta veniva individuato il presunto primo contagiato da COVID-19 in Italia, il cosiddetto paziente zero. Ed è un anno esatto che viviamo nella paura.  


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