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È naturale la vita?
 
È arrivato l'inizio splendente, è arrivata vēr (dal sanscrito vas: splendere), la primavera. E cosa succede nell’emisfero boreale del globo terrestre? La linfa grezza a riposo alla base di alberi e piante, con la giusta temperatura e con “Aprile ogni goccia un barile", ricomincia a scorrere dal basso verso l’alto. Fluido vitale formicola invisibile e silenzioso dappertutto, spingendo fuori verde nuovo che quasi fa luce. Altri esseri viventi si svegliano con dinamiche simili dalla morte apparente del letargo, mentre altri ancora cambiano pelle. Tutto accade, riaccade: è la palingenesi, la rinascita, nei tempi arcaici anche degli dèi. Sì, anche di zanzare e allergie, che stanno lì a riempire il puntino nero nella metà bianca del Tao.

E in questo rinverdire, rifiorire, brulicare, gorgheggiare di acqua fresca dalle fonti, non può che insinuarsi lo sguardo attento e partecipe di un cantore della natura; laddove il termine Natura è da intendersi nel suo significato più preciso: ciò che nasce, forza generatrice alla base di tutte le cose. Quindi tautologicamente ed etimologicamente Vita.

Quand’è che si è persa tale evidenza? Chi l’ha relegata a luogo di svago e benessere, oppure ridotta a elemento da dominare o al contrario proteggere come un gattino bagnato? E perché? Sono stati i Lumi(ni) della Ragione? Sono state le Religioni? La civiltà (da latino civis: cittadino e civitas: città)? Oppure è un fatto legato all’adolescenza - o Antropocene che dir si voglia - di gran parte del genere umano, i cui effetti equivalgono all’innaturale perdurare di tale fase di crescita nell’età adulta. Ciascuno di noi pensi alla propria adolescenza (se invece ne è ancora immerso nonostante raggiunti limiti anagrafici, pensi a quella degli altri), ne ingigantisca pericolosamente atti, presunzioni e autolesionismi e troverà la risposta.

Erkin è il protagonista del racconto del cantore. Erkin è un pesce, l’ultimo sopravvissuto in quello che fu il quarto bacino lacustre più grande del mondo: il Lago d’Aral.

Quando ero piccolo osservavo senza tempo atlanti, carte geografiche e mappamondi. Nomi, forme e dimensioni evocavano (ed evocano ancora) sogni di viaggi. Il Gigante Grande e il Gigante Piccolo immergevano il mio stupore in quelle enormi macchie azzurre: Mar Caspio e Lago (o Mare) d’Aral, due laghi salati di origine oceanica, grandi quanto Nazioni.  

Ma il Lago d’Aral non esiste quasi più. In cinquant’anni l’80% dei suoi 68.000km quadrati (Piemonte + Lombardia + Veneto) è stato prosciugato dalla miopia umana. Al suo posto ora lande desolate altamente tossiche di sabbia mista a diserbanti (e non solo) che i venti trasportano a lunghe distanze, dentro gole e polmoni. Il cantore lo racconta attraverso gli occhi del pesciolino Erkin, che prova a resistere alla morte dell’acqua cercando di trasformarsi in altro da sé.

Ad accompagnare il monologo, diviso in momenti di fiaba e intervalli di fatti storici, un quartetto di giovani musicisti: Cecilia Oneto al flauto, Giovanni B. Costa al clarinetto, Angelica Larosa all’oboe e Francesco Travi al fagotto, che sostengono Erkin nella sua rinascita. Flauto, clarinetto, oboe, fagotto: fiati, cioè respiro, atto naturale del vivere garantito dalla fotosintesi clorofilliana. Tutto torna, naturalmente.

Il cantore ha capelli scarmigliati, bianchi come la barba, sguardo vibrante, voce di corteccia quando recita e di fruscio di foglie giù dal palco. I suoi silenzi sono spesso viaggi per chi ascolta. Il suo nome è quello di un albero e spesso tra gli alberi lui recita, di alberi scrive monologhi. Sul tema: “Il ragazzo che amava gli alberi” (2017), “Vita nei boschi” (2022), “La via degli alberi” (2023). Drammaturgo, attore, regista, docente di Scrittura Scenica, nonché cofondatore del Centro Teatro Ipotesi, mira a un teatro che “infondi voglia di vita. Soprattutto alle nuove generazioni. [Perchè] Il teatro non è depressione. Il teatro è conoscenza volta alla vita…"      

Erkin vuole vivere, nonostante la desolazione, nonostante sia una delle vittime del disastro causato da un’illimitata idiozia. Un’idiozia che, autoproclamandosi doppiamente Sapiens, non si accorge di autodistruggersi distruggendo. Di una comunità in dialogo con se stessa e riconoscente verso gli altri esseri viventi, scevra da qualsivoglia delirio di onnipotenza; di una partecipazione attiva e pratica, naturalmente artigiana del vivere; del suo nuovo lavoro teatrale “Erkin - Una favola in musica per il Pianeta Terra”; di tutto ciò è cantore Pino Petruzzelli.



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