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01 Dicembre 2022 - Storie

La bellezza di un dribbling fine a se stesso
 
Denilson de Oliveira
 
Io nel 1997 non avevo capito niente e come me metà della mia generazione. Prima che arrivasse impietosa l'età adulta con le sue scadenze e le sue pressioni sociali, a noi, sinceramente e quasi ingenuamente, nella nostra bolla di assoluta ignoranza non avendo voglia di porci domande quella situazione andava più che bene.
 
L'estate durava ancora tanto e le partite in tv erano poche, quando la Rai si degnava di farci vedere la nazionale era una festa, l'anno era anonimo, un 1997 pacioso e calcisticamente vuoto, non c'erano Mondiali da cui uscire ai rigori né Europei da guardare in maniera speranzosa, insomma fondamentalmente era un'estate in cui la delusione calcistica non era contemplata.
 
I francesi allora, per festeggiare l'assegnazione della Coppa del Mondo e darci un assaggio di quello che sarebbe stato il mondiale del 1998, organizzarono un minitorneo. Le invitate a quel Torneo di Francia erano: la Francia che, notoriamente piena di sé, si inviò l'invito e pensò per un paio di giorni se accettarlo o meno, l'Italia e il Brasile che accettarono subito, e l'Inghilterra, che probabilmente fu invitata perché l'Argentina non rispondeva al telefono.
 
Ad ogni modo, il torneo verrà consegnato alla storia principalmente per due cose: la punizione ancora oggi inspiegabile di Roberto Carlos contro la Francia e l'esplosione a livello mondiale di Luis Nazario da Lima detto Ronaldo, per i puristi Ronaldo quello vero, ma i puristi a me non sono mai piaciuti tanto, credo che il più delle volte tendano a parlarsi addosso.
 
Quello che amo ricordare di quel torneo è un calciatore in particolare, il calciatore che in fondo in fondo, più di tutti, senza nemmeno saperlo, ha segnato la mia generazione. Denilson ha messo piede in campo e ci ha rubato il cuore, la milza e il fegato, ci ha illustrato come potevamo prendere storte e distorsioni così, come fosse un hobby, doppi passi vorticosi, dribbling a una velocità assurda, colpi di tacco squisitamente fini a se stessi, tutto un campionario di gesti futili e bellissimi.
 
Noi, noi che eravamo gente che usciva con i pantaloni a zampa lunghi fin sotto le scarpe e che per questa peculiarità modaiola tiravamo su tutta l'acqua delle pozzanghere e ce la portavamo a casa, noi che abbiamo perso i capelli in nome di non si sa quale dio che ci aveva imposto il gomgel, sacrificio supremo e ovviamente inutile dato che il fascino che ti donava era del tutto simile a quello della caricatura farsesca di un italoamericano. Insomma, noi, la generazione più assurda che questo assurdo mondo abbia mai partorito, come potevamo non innamorarci perdutamente di Denilson?
 
Infatti, io, e non mi vergogno affatto a dirlo, di Denilson sono ancora innamorato, e per me lui è ancora lì che dribbla ogni singolo filo d'erba fregandosene di tutto e tutti. Il brasiliano ciondolante aveva solo una carriera da sacrificare e lo ha fatto, lo ha fatto così bene che praticamente tutto quello che è successo dopo il Mondiale del 1998 è stato un semplice esercizio di stile, una performance, un disastro.
 
Denilson è durato il tempo di un torneo estivo e un di Mondiale, poi più niente, aria fritta, inutilità, bellissima e sublime inutilità, è durato come un primo amore, potente, devastante e breve, che però come dicono i proverbi non dimenticherai mai.
 
Di tanto in tanto penso a lui, chissà cosa fa, chissà se sa quanto ci servirebbe come spunto filosofico uno così, adesso che siamo circondati da gente che parla di mindset milionario.
 
Non è più il 1997 e direi che ce ne siamo accorti. L'ingenuità anche allora non se la passava benissimo, ma era soltanto un tempo diverso, né peggiore né migliore del presente, non voglio cadere nella banalità della nostalgia, non sarebbe giusto, sarebbe una cosa da puristi, sarebbe parlarsi addosso.
 
Inoltre, secondo me stiamo abusando della nostalgia, sarebbe meglio lasciarla riposare un po'.
 
Però quando penso a Denilson penso davvero che ci servirebbe, penso che questa società è ormai diventata la società della performance a tutti i costi, dove nessuno si ferma, dove chi lo fa è notoriamente perduto, dove chi non soffre non è contento, chi non prevarica gli altri non ottiene niente, chi non si accontenta gode, chi gode non ha tempo, chi ha tempo ha qualcosa da nascondere, chi ha soldi ha il potere, chi ha il potere ha i soldi e via così, si tira avanti mangiando imperativi categorici assoluti e poco altro.
 
Quanto ci servirebbe Denilson, l'incarnazione umana di un gesto inutile, un dribbling che avrebbe il solo scopo di stupire qualcuno, una pausa, una carriera buttata alle ortiche. Il tutto sorridendo beatamente, forti di una consapevolezza granitica.
 
Denilson de Oliveira come atto di ribellione alla performance, come furiosa protesta, uno stendardo, un murale di Banksy, un doppio passo completamente a caso nel bel mezzo di una riunione fiume o di una video call.
 
Denilson non è Maradona, non è stato un rivoluzionario del gioco, un capopopolo, non è diventato un'icona. Non ha segnato il goal più infame e il goal più bello del secolo nel giro di quattro minuti, ha soltanto fatto numeri da circo, ha disegnato poesia in un torneo di mezza estate che probabilmente sarebbe passato inosservato.
 
Per questo lui più di ogni altro è la bandiera della mia generazione, perché tutto quello che faceva molto semplicemente serviva a niente o nel migliore dei casi veramente a poco, però era bello da vedere.
 
Quando penso a quel mancino brasiliano che non si è mai più visto sorrido, sorrido perché c'era ancora un fondo di stupidità che permeava le nostre vite, perché forse l'età non ci aveva resi soli e arrabbiati, perché l'odio esisteva ma era meno pubblicizzato. Penso anche che l'estate durasse di più e alla fine quando arrivava ottobre ti veniva sempre la febbre perché eri rimasto troppo tempo a giocare fuori a fare doppi passi e dribbling senza senso o a provare la punizione alla Roberto Carlos.
 
La nostalgia è una trappola, l'ennesima che il nostro tempo ci mette sotto i piedi, la nostalgia ti fa apparire tutto migliore di come era, e io non ci voglio cascare. Penso però che forse qualche bel gesto fine a se stesso potrebbe aiutarci a sopportare meglio quest’epoca che ci taglia il fiato e ci sfianca.
Perché quando non avremo più niente almeno potremmo dire di aver avuto Denilson. E via sulla fascia verso la prossima azione del tutto gratuita, ma allo stesso tempo stranamente bellissima.

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