Io sono un altro te - InEsergo

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10 Aprile 2022 - InterEssere

Amore e compassione nella vita quotidiana e nella Zen Therapy

Io sono un altro te
  
“La perfezione Zen consiste nel vivere la propria vita quotidiana in maniera naturale e spontanea. Quando fu chiesto a Po-chang di definire lo Zen, egli disse: «Quando ho fame mangio, quando sono stanco dormo». Sebbene questa affermazione suoni semplice e ovvia, come tante altre dello Zen, si tratta in effetti di un compito veramente difficile. Riacquistare la spontaneità della nostra natura originaria richiede un lungo esercizio e costituisce una grande conquista spirituale”
Fritjof Capra, Il Tao della fisica, 1975

“Lo zen è uno stato mentale ecologico. È coscienza dell’interconnessione che porta a un’etica basata sul principio di non fare del male. Vivere in armonia sgorga naturalmente dall’avere un senso del nostro posto nel più grande ordine delle cose. La terapia consiste nel ristabilire tale senso mediante la pratica della compassione, dell’amore e della comprensione e il contatto con ciò che è naturale. Il nostro malessere di persone civilizzate proviene in grande misura dalla nostra capacità di allontanarci dalla natura e l’uno dall’altro. Una vera terapia deve avere una visione non solo del singolo individuo, ma anche di come l’intero pianeta debba essere sanato”.
David Brazier, Terapia zen, 1997

Esiste in ognuno di noi un nucleo profondo nel quale scorre l’energia vitale e risiedono gioia, libertà e quiete. È uno spazio incontaminato dell’essere dove la purezza del cuore e l’innocenza ci fanno amare veramente noi stessi e gli altri così come sono. L’universo interiore è più vasto di quello esteriore e quando sperimentiamo nuovamente il contatto con l’Essenza alla vita viene ad aggiungersi una dimensione di radiosità e amore che nulla di proveniente dal mondo esterno può donarci. Quasi tutti gli psicologi e gli psicoterapeuti nel loro lavoro non tengono conto dell’Essenza, la parte più profonda e vitale dell’essere umano. E non la prendono in considerazione per un semplice motivo: non ne sospettano l’esistenza.

L'atteggiamento compassionevole, nel pensiero buddista, trova espressione predominante nell'insegnamento del Dharma come mezzo per aiutare gli altri a raggiungere la libertà dalle afflizioni. Tale insegnamento non si limita alle istruzioni verbali ma utilizza anche la condotta morale e lo stile di vita meditativo, essi stessi espressione di compassione. Di fronte alle manifestazioni di dukkha (sofferenza), la prima risposta compassionevole buddhista si esprime nel desiderio che gli altri siano liberi dall'afflizione attraverso l’ideale affidamento alle quattro nobili verità. In termini pratici ciò significa percepire le condizioni che hanno portato a dukkha e quelle che conducono fuori da esso.

Nel buddismo usiamo i cinque precetti fondamentali per allenarci in termini di onestà, chiarezza e non abuso. Così, in termini di parola, ci impegniamo a non oltraggiare e a non parlare con durezza ma con gentilezza amorevole. Questo è un esempio del senso morale, che genera un senso di valore. Insieme a questo atteggiamento deve esserci l’apertura del cuore, con la disponibilità a incontrare l'altro e a occuparsi del suo benessere. La volontà di incontrare l'altro è l'amore. Anche se l'amore può riferirsi a un’unione molto superficiale, più profondo è il livello a cui ci si incontra più profondo e forte è l'amore. Questo amore di base, o mettā, significa che in questo momento non mi sto allontanando, non ti sto manipolando né mi sto proteggendo da te. Non ho paura, non sono contrario, sono disposto ad accoglierti.

Ogni momento è un nuovo momento di vita, vero? Non siamo solo un resoconto di tutte le cose cattive o buone che facciamo, non siamo statici. Siamo sempre qualcosa di misterioso che nasce nel momento presente, portatori di un potenziale di bontà, gentilezza, chiarezza, risveglio che dimentichiamo mille volte, eppure continua a tornare, non ci abbandona. Perché vi rinunciamo? Perché pensiamo a noi stessi. Ci definiamo secondo stati d'animo e mentalità. Ci etichettiamo. Decidiamo che siamo qualcosa, che saremo sempre quel qualcosa senza poter mai essere altro. Quindi a volte necessitiamo che qualcuno ci ricordi la nostra indefinibilità e potenziale mutevolezza. Anche per questo si ha bisogno di altre persone.

L'amicizia spirituale consapevole è una pratica fondamentale perché Buddha ha affermato che bisogna basarsi sulla compassione piuttosto che sull’insofferenza, e che occorre trovare il momento e il luogo giusto senza avere paura di incontrare le difese o i sentimenti feriti dell'altro. Quando c'è questa apertura la risposta è generalmente gentile. Spesso siamo molto severi con noi stessi e aprirci aiuta anche a zittire il nostro critico interiore. D'altra parte, se non si accoglie l’altro si rimarrà con la sensazione che le persone si offendano o si infastidiscano davvero, ma che siano solo troppo educate per ammetterlo.

Essere un buon amico è quindi una pratica che richiede di fare della relazione un focus cosciente piuttosto che un'interazione casuale. Richiede anche di lavorare su noi stessi. Dobbiamo lasciare andare l'impazienza o gli atteggiamenti di giudizio e lavorare con la consapevolezza che: “l’altro non è uguale a me, non si adatta alla mia mentalità, ma vuole la felicità e ha bisogno di amicizia; ed è affetto dall'ignoranza, proprio come me". Temperiamo quindi i sentimenti caldi, le critiche e i consigli con un’attenzione intenzionale, non giudicante e consapevole. Ci vuole impegno per ottenere questa miscela ed equilibrio. L'amicizia così raggiunta non è solo un'esperienza emotiva. È un legame, una promessa a pieno titolo: forse la relazione più profonda che possiamo allacciare con un altro essere umano. Siffatto processo di consapevolezza ci connette con le nostre emozioni e permette di sviluppare un cuore gentile e amorevole.

Con gratitudine a tutti i miei compagni di viaggio.

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