Le 5 ferite emozionali - InEsergo

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20 Ottobre 2023 - InterEssere

La ferita dell’abbandono e la maschera del dipendente

Le 5 ferite emozionali (2)

"A ciascuno il compito di trasformare le proprie ferite in punti di inserimento per le ali"
M. J. Sullivan - scrittore

"Le ferite sono luoghi in cui la luce entra in te"
J. Rumi - poeta persiano
 

La seconda ferita emotiva è l'abbandono e porta con sé la maschera del dipendente. Rispetto ad altre, la ferita d'abbandono, anche se si differenzia da una persona all'altra e può attivarsi in diversi periodi della vita, riguarda tutti e ha dei tratti ben definiti e riconoscibili. Vediamone i principali.

Questo condizionamento nasce tra il primo e il secondo anno d'età del bambino, solitamente sollecitata da un rapporto conflittuale con il genitore dell'altro sesso. L'evento scatenante può essere banale: il distacco vissuto al primo giorno d’asilo, la nascita di un fratello o di una sorella, una trasferta di lavoro che allontana anche per un breve periodo il genitore da casa. In ogni caso, quando il legame viene interrotto la sensazione che ne consegue è di abbandono e di profonda solitudine.

Per reazione, generalmente, chi subisce questo strappo tende a emanciparsi presto dalle figure di riferimento e a raggiungere precocemente alti livelli di indipendenza, sia fisica che emotiva. Questo perché chi ha questa ferita e si trova ad affrontare situazioni difficili, spesso non regge lo stress e può adottare un atteggiamento passivo. In altre parole, in un primo momento appaiono come persone forti e poco disponibili ad accettare l'aiuto degli altri ma in realtà, credendo di non ottenere ascolto e comprensione, smettono presto di chiedere ciò di cui hanno più bisogno.

Rabbia, solitudine e nostalgia

Ogni ferita è una struttura che si nutre e cresce attraverso un'emozione specifica. La rabbia è l'emozione principale che nasce dalla dolorosa esperienza di precoce abbandono. Può succedere però che nel tempo questa emozione venga repressa in quanto per il dipendente è fondamentale creare un legame sicuro in cui percepisca di essere apprezzato e amato. Per questo motivo l'energia che si attiva attraverso l'emozione viene canalizzata in maniera autodistruttiva e porta il dipendente a perdere gradualmente fiducia e sicurezza, prima in sé e poi negli altri e quindi a ripetere l'unico schema a lui noto, abbandonando esperienze, progetti e persino persone a lui care.

Per sopravvivere a tale sofferenza, rendere l'emozione più tollerabile e sentirsi meno soli, è facile che la rabbia si trasformi in nostalgia. In un primo momento, chi ha questa ferita cercherà di compensare questo stato di vuoto e di mancanza ricercando relazioni affettive che vedano e curino questo dolore e che soddisfino il suo profondo desiderio di riconoscimento e appartenenza. Tuttavia, è probabile che dopo un po' questa sensazione nostalgica ricompaia e così, spinto da un sentimento di inquietudine, il dipendente proverà a raggiungere quello stato utopico di unione e integrità ma che non verrà mai completamente incontrato. Perciò chi ha questo condizionamento, nessun luogo, nessuna relazione ed esperienza potrà fargli percepire in modo stabile quel senso di completezza, serenità e appagamento tanto bramato. Questo senso di insoddisfazione, si unisce alla conseguente disconnessione da se stesso e con le altre persone, soprattutto con le più familiari e vicine.

La maschera del dipendente

La maschera fisica e psicologica dell'abbandono è quella del dipendente. L'abbandonato ha un corpo sottile e debole, la schiena è curva, con spalle che cadono mollemente verso il basso e con braccia sproporzionate rispetto al resto del corpo. Ha occhi grandi e malinconici e uno sguardo magnetico che vuole attirare le attenzioni e le cure delle altre persone.

Il dipendente dal punto di vista psicologico è fondamentalmente empatico e creativo ma anche malinconico e desideroso di approvazione e riconoscimento. Per questo può essere egocentrico, logorroico e a volte vittimista e depresso. In generale, ha tratti ansiosi e per questo tenta di avere tutto sotto controllo creando legami simbiotici che contribuiscono a soddisfare, almeno inizialmente, il suo bisogno di sicurezza e stabilità. Le relazioni per il dipendente rappresentano la parte più importante della sua vita perciò, per tenere vicino l'altra persona, può ricorrere a comportamenti manipolatori che si concretizzano attraverso alcune modalità quali senso di colpa, seduzione o eccessivo accudimento. È solitamente insicuro e questo lo porta a cercare consigli, a non assumersi le proprie responsabilità o all'opposto sentirsi troppo responsabile della ricaduta delle sue azioni sugli altri: la colpa delle sue sconfitte, frustrazioni o preoccupazioni è comunque sempre degli altri e non perde occasione per lamentarsene. In questo modo si sente comodo nell'indossare il vestito della vittima cosmica e così sperare di ottenere visibilità e affetto.

La ferita: una via di guarigione

È difficile prendere consapevolezza dei condizionamenti che viviamo e delle nostre credenze auto-sabotanti. Per questo generalmente le notiamo solo riflesse negli altri che le esperiscono inconsapevolmente per noi. Ciò che non ci piace nelle altre persone rappresenta probabilmente proprio la nostra ferita. Gli altri diventano così attori ignari che ci fanno da specchio portando alla luce lati che non riusciremmo ad accettare e quindi a vedere direttamente in noi. Così in un certo senso, le persone che critichiamo ci invitano, senza consapevolezza, a guardare che cosa è disfunzionale in noi, a integrare delle parti faticose e ad ascoltare ciò di cui abbiamo veramente bisogno per guarire.

Maggiore sarà la disidentificazione con la nostra maschera, maggiore sarà la possibilità di conoscerci con onestà e coraggio e comprendere quali sono i meccanismi che distorcono la realtà e che ci fanno, in definitiva, soffrire. Nessuno, se non noi può accogliere questa parte bambina ferita, confusa e spaventata. Questa cura compassionevole ci permetterà di uscire dall'inconsapevolezza dei nostri pensieri e delle nostre azioni, di rispondere con fiducia e autonomia ai nostri bisogni, di rimanere collegati alla parte più vera di noi e che ci fa essere curiosi e grati verso questo condizionamento che si è presentato per la nostra evoluzione.   




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