Il tango dei Matia Bazar - InEsergo

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30 Agosto 2020 - Musica

L'apocalisse elettropop della musica italiana

Il tango dei Matia Bazar
 
Splende il sole di Sorrento
Sopra un mare che non c’è
Corre un cieco incontro al vento
Chiede un passaggio all’Aldilà
Un turista americano
In carrozzella va
Vuole comprare un paesaggio che mai non avrà

Dunque, dove eravamo rimasti? Si sarebbe chiesto, in tutta perplessità, il grande Enzo Tortora. E d’altra parte a fine marzo il premio Nobel Bob Dylan ci avvisò in tutta franchezza: “state al sicuro, state attenti”, mentre con il capolavoro Murder Most Foul stilava la colonna sonora per l’Apocalisse. Euroshima nel 1983 era dietro l’angolo, in maniera certamente diversa da oggi ma solo nella forma più che nella sostanza. Per l’Europa l’aria è greve e irrespirabile, anche di questi tempi. A fine ottobre 1982 l’astrologo francese Jean Guillame annunciava che sarebbe fuggito in Quebec, convinto che russi e americani stessero per bombardare il continente. Strategia della tensione, attentati, terrorismo: lo spettro di un olocausto nucleare, l’immagine del futuro annegata in suggestioni apocalittiche.
 
Non si dovrebbe partire dal fondo quando si scrive di musica. Ma era necessario premettere subito che Tango, capolavoro synth pop (o postmoderno come si definiva all’epoca) dei Matia Bazar, nonché pietra miliare della musica italiana, ha più addentellati nella contemporaneità di quanti si possano sospettare. Non vi è alcuna velleità, qui, di recensire un capolavoro di cui hanno scritto più di trecento giornalisti di ogni testata, in pratica il più imponente schieramento di forze nella storia della musica pop italiana. A trentasette anni di distanza dalla pubblicazione, gli otto brani di Tango (poco più di mezz’ora complessiva) paiono ancor più avanguardistici e illuminati di quanto non fossero stati recepiti all’epoca. I Bambini di Poi siamo noi, oggi come ieri, davanti alle immagini distopiche di neonati con la mascherina e di occhi elettronici in grado di sondare le distanze tra le rime buccali. Il tramonto delle democrazie occidentali ed europee (ben evidenziato dal filosofo Giorgio Agamben nel suo ultimo saggio A Che Punto Siamo?), l’incipiente tracollo economico di molti paesi (tra cui l’Italia), l’idea di un nuovo mondo terapeuticamente corretto basato sulla frantumazione del ceto medio e della società così come l’abbiamo finora conosciuta, prefigurano un collasso epocale che non potrebbe trovare musicazione migliore di quella che chiudeva allora il disco, orchestrata dal mellotron e dall’arpeggio al synth di Mauro Sabbione, col supporto della ritmica glaciale dell’Oberheim DMX, il basso ossessivamente in battere in perfetto stile Ultravox e il canto armonizzato in sesta di Carlo Marrale e dell’inarrivabile Antonella Ruggiero.   

Eternità
Un portone semiaperto
Infinità
Sette piani, mille scale
Poi, più in là
Una porta chiusa da un sigillo che
Settimo od ottavo, non importa più   

Ma i Matia Bazar come ben sappiamo non appartenevano alla corrente dei corrieri cosmici o del krautrock teutonico. Il tentativo esplicitato in Tango, vero e proprio elettrochoc alla musica italiana, era quello di procedere semmai a una fusione, a un incontro tra le atmosfere algide ed elettroniche di gruppi come Tangerine Dream e Kraftwerk e il pathos latino, il gusto suadente per la melodia. È quanto icasticamente accade nell’incantevole Scacco Un Po’ Matto di Sabbione, ispirata nel testo dell’indimenticato Aldo Stellita a Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman: il disinvolto abbraccio dell’ariosa linea vocale al vocoder e all’Alpha Syntauri (il synth protagonista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo di Steven Spielberg), la coda strumentale – in parte tagliata dal produttore Roberto Colombo – che tratteggiava musicalmente la sfida a scacchi tra il cavaliere e la Morte, prefigurano ancora una volta atmosfere surrealisticamente apocalittiche.
 
Se la scanzonata e cantabile Il Video Sono Io anticipa nel suo procedere egoico e multimediale perfino il concetto stesso di videotape, cioè di videoregistratore domestico (che all’epoca ancora non esisteva), sia dal punto di vista linguistico che metanarrativo – finendo per essere scelta come sigla finale di Domenica In su Rai1 -, Tango Nel Fango muove addirittura dagli appoggi iniziali di The Eagle Will Rise Again di Alan Parsons per poi sfociare appunto in un tango asettico e pregno di doppi sensi, ironico e giocato sui neologismi in perfetto stile Pasquale Panella. Non è questo però il ballo immobile a cui si ispirano le due forme stilizzate in copertina, l’Alpha e l’Omega, sorta di rimando cromatico ancestrale alla copertina pinkfloydiana della raccolta A Collection of Great Dance Songs di due anni prima, laddove due ballerini venivano raffigurati avvinghiati e immobilizzati da misteriosi lacci provenienti dalla terra.

E alla TV due gay si baciano
E a Churchill questo non va giù
Ma le contraeree a Roma sparano
Solamente tappi di champagne
Palestina ah ah
Ah ah ah ah

Palestina, la cui quarta strofa qui riportata venne censurata (come altri inserti testuali di Golzi/Stellita qua e là per il disco), doveva andare a Sanremo al posto di Vacanze Romane. Appena prima di consegnare il brano all’organizzazione del festival Carlo Marrale compose il ritornello del capolavoro dei Matia Bazar che tanto piaceva a Marcello Mastroianni, fondendo Karibe Taki della peruviana Yma Sumac con l’intro dello strumentale Astra che chiudeva il precedente Berlino, Parigi, Londra. Palestina, composta interamente da Mauro Sabbione, vendette comunque cinquecentomila copie come lato B del 45 giri di Vacanze Romane e rappresenta a tutt’oggi un coraggiosissimo (e pluricensurato) levare di scudi verso la sofferenza di popoli oppressi come quello palestinese. Il celebre gesto con cui la Ruggiero accompagnava dal vivo il ritornello, mostrando prima il pugno e poi il saluto a mano tesa, sembra ricordarci che oggi come ieri qualsiasi espressione dittatoriale e totalitaria del potere, a prescindere dal colore e dalle diverse declinazioni, non produce mai alcun lascito benefico. Vi ricorda qualcosa? Ma sono anche altri gli episodi in cui i Nostri mostrano un afflato impegnato e combattivo, laddove la musica popolare si faceva preziosa latrice di messaggi civili e non solo svago fine a se stesso. Intellighenzia ricorda nelle intenzioni la contemporanea The Fletcher Memorial Home di watersiana memoria, un diafano gioiello elettronico di denuncia, elenco di distorsioni etiche e perversioni sempre attuale, affogato nel vocoder e nei sintetizzatori in controcanto. La celeberrima Elettrochoc colpiva invece duro sulla pratica della stimolazione neuronale con la corrente elettrica (fortunatamente oggi quasi abbandonata), ma con gli occhi della contemporaneità pare assumere ancora una volta nuove visuali prospettiche: puntare il dito in senso lato verso qualsiasi coazione atta a sedare il pensiero critico con l'utilizzo di certe subdole maniere ben rappresentate, metaforicamente, dalla terapia elettroconvulsivante.    

Roma dove sei? Eri con me,
Oggi prigione tu, prigioniera io.
Roma antica città, ora vecchia realtà
Non ti accorgi di me e non sai che pena mi fai.

Ed eccoci arrivati all’inizio, dopo essere partiti dalla fine. Di Vacanze Romane s'è detto tutto: vera e propria bomba a orologeria sganciata sul palco dell’Ariston nell’anno domini 1983, con quel mix micidiale tra il gusto rococò e piacevolmente démodé di atmosfere antiche e sognanti e la tecnologia futuristica e scalzante. L’Alpha Syntauri collegato all’Apple II e lo schermo schiaffato in bella mostra in faccia al pubblico, il contrabbasso elettrico, i synth invece delle chitarre, le percussioni a ritmo di beguine e la passione tutta mediterranea per la melodia, per le atmosfere classiche, eleganza impalpabile e magistrale. Un ossimoro incredibile, un nonsense stralunato e perfetto che può spiegarsi solo nell’apertura culturale e nella multidisciplinarietà, nell’abbracciare il teatro e la scuola del Bauhaus, inserendosi in un preciso varco temporale caratterizzato da moltissime innovazioni progettuali e di sinergia con l'avanguardia culturale europea, col risultato di rendere popolare un iter dalla dimensione intimamente artistica.
 
Di lì a poco i Matia Bazar cambieranno ancora, abortendo il progetto postmoderno e multimediale di Hotel Mister Kappa ispirato a Kafka e alle sue opere su pressioni della casa discografica. In mezzo un tour, quello appunto di Tango, che è un coacervo di teatro e musica mai visto in Italia, suggestioni visive inaudite grazie soprattutto al supporto della stravagante e geniale regista Cinzia Bauci. Oggi rimane il lascito di una stagione coraggiosa, seminale, che se pur avrà ancora molti e autorevoli exploit negli anni a venire (Aristocratica e Melanchòlia su tutti), non riuscirà più a raggiungere le vette di Tango. Dopo più di trent’anni di carriera, Mauro Sabbione ne ha portato in giro una rivisitazione sold out per solo pianoforte, svelando tanti particolari rimasti sepolti dalle sabbie del tempo e facendo emergere le antiche intenzioni, all’epoca censurate o adattate al contesto. È grazie alla musica, all’arte e alla cultura che i bambini di poi non rimarranno mai orfani. Occorrerebbe ricordarlo più spesso, specie in tempi bui come questi.

Riferimenti:

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