Smoke, l'umanità in bianco e nero di Paul Auster - InEsergo

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17 Maggio 2020 - Cinema

Tutti innocenti quando si sogna

Smoke, l'umanità in bianco e nero di Paul Auster
 
Se non ti prendi il tempo per vedere, non imparerai mai a guardare niente.

Paul Benjamin Auster è uno dei più importanti esponenti della letteratura americana contemporanea. Nel 1990 scrisse la Auggie Wren's Christmas Story (“Il racconto di Natale di Auggie Wren”) per l’edizione natalizia del New York Times. Nel testo immaginava che il tabaccaio Auggie Wren raccontasse al vecchio amico e scrittore Paul Benjamin (personaggio chiaramente autobiografico) una storia che fungesse da ispirazione per un pezzo da pubblicare proprio sul New York Times. Così, mentre Auggie e Paul stavano comodamente seduti al tavolo di una trattoria di Brooklyn, si delineava una toccante ma non retorica vicenda di dodici anni prima, incentrata sull’incontro fortuito tra il tabaccaio e una vecchia signora cieca che lo scambia per il nipote: i due passeranno insieme il Natale e Auggie a fine giornata porterà via con sé una macchina fotografica abbandonata nel bagno di casa, pensando al bottino di un furto. Quando diversi mesi dopo tornerà per restituire il maltolto scoprirà che in quell’appartamento abita un nuovo inquilino e che dell'anziana signora, probabilmente defunta, si sono perse le tracce.
 
È proprio questo il finale di Smoke, capolavoro cinematografico di arte narrativa diretto da Wayne Wang e dallo stesso Paul Auster, doppio Orso d’argento al festival di Berlino del 1995 per regia e miglior attore (l’eccellente Harvey Keitel nella parte del tabaccaio), primi di una serie di premi che ne sancirono l’immissione nell’olimpo dei migliori film dell’anno. L’idea dei due registi fu quella di partire dal soggetto di Paul Auster per ampliarne gli orizzonti, immaginando le trame delle vite dei due protagonisti nei loro intrecci con quelle di altri. Si dipanano in questo senso l’incontro tra Paul Benjamin (il premio Oscar William Hurt) e il giovane scapestrato Rashid/Thomas, che per lo scrittore rappresenterà una redenzione dopo la morte accidentale della moglie; la ricomparsa dopo tanti anni di Ruby (Stockard Channing), vecchia fiamma di Auggie, ad annunciargli la dissoluta esistenza di una figlia diciottenne che aspetta un bambino e si fa di crack; la ricongiunzione padre-figlio tra il giovane Rashid alias Thomas e il genitore Cyrus (il premio Oscar Forest Whitaker), perso di vista da dodici anni; le foto di Auggie, che ogni mattina alle otto, da più di dieci anni, scatta istantanee allo stesso angolo di strada, nel tentativo di fermare lo scorrere del tempo o forse di immortalarne la mutevolezza celata sotto il velame di ingannevole inerzia.
Ma soprattutto campeggia un’umanità mediocre e intima, sconfitta e accorata, che dipana il suo fil rouge seguendo filoni aleatori ed eterei, proprio come il fumo del titolo, che ugualmente si disperde nell’aria.

Tre almeno le scene indimenticabili di questa commedia umana che riesce nel miracoloso intento di conservare un perfetto equilibrio tra ironia e drammaticità: il racconto di come Walter Raleigh, avventuriero poeta e navigatore, prediletto della regina Elisabetta I, calcolò il peso del fumo; il momento in cui Auggie mostra all’amico scrittore il suo sterminato album di fotografie apparentemente tutte uguali, invitandolo a cogliere la fluidità del tempo, a fermarsi per gustarne l’inganno (Paul vi incrocerà l’immagine inedita della defunta moglie e la sua disfatta emotiva non potrebbe essere più inesorabile); il finale, durante il quale Harvey Keitel e William Hurt danno prova di teatrale bravura, con la telecamera che stringe via via sul volto narrante del primo nel tentativo di sondarne l’anima, per poi lasciare spazio alla messa in scena in bianco e nero del racconto di Paul Auster sorretto dalle note di Innocent When You Dream di Tom Waits, proprio come in un sogno.

Smoke è un piccolo gioiello di letteratura tradotta in immagini, un esempio mirabile di come il cinema sappia mutare un testo in sequenze visive teatrali ed empatiche, giocandosela tutta sul piano della recitazione e della prossemica dei personaggi. Del tempo che passa e della aleatorietà dell’esistenza umana abbiamo già detto, rimane quel comune sentire che rende lo spettatore parte del fluire narrativo, al punto da farne condividere soggetti e pretesti in quanto protagonista di un’identica commedia umana. Ne affiora un senso di smagata malinconia, di leggerezza e impotenza, di evocazione letteraria. Un modo di fare cinema che oggi sembra appannaggio per lo più solo di alcune piccole produzioni indipendenti, attanagliati come siamo da colossal roboanti, violenti, fantasmagorici. Vuoti, come i giorni di vento.
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