Giordano Bruno, pensieri in fiamme - InEsergo

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28 Luglio 2020 - Storie

Mito, modernità e insegnamento di uno dei più grandi intellettuali di tutti i tempi

Giordano Bruno, pensieri in fiamme
 
Ho lottato, è molto: credetti poter vincere (ma alle membra venne negata la forza dell'animo), e la sorte e la natura repressero lo studio e gli sforzi. È già qualcosa l'essersi cimentati; giacché vincere vedo che è nelle mani del fato. Per quel che mi riguarda ho fatto il possibile, che nessuna delle generazioni venture mi negherà; quel che un vincitore poteva metterci di suo: non aver temuto la morte, non aver ceduto con fermo viso a nessun simile, aver preferito una morte animosa a un'imbelle vita.

Giordano Bruno, filosofo, mistico, mago, rosacrociano, martire del pensiero libero, intellettuale anarchico ed eroico. L’immensa figura del Nolano aleggia ancora oggi, a più di quattrocento anni dalla barbara esecuzione in Campo de’ Fiori a Roma, bruciato vivo, con la lingua serrata in una mordacchia acché non potesse parlare e pronunciare altre empietà. Figlio di un’epoca di crisi, dilaniata dalla Controriforma cattolica e dall’indice teso contro chiunque osasse mettere in discussione con dottrine ardite l’integrità dottrinale ecclesiastica, Giordano Bruno è il ponte tra un Rinascimento morente e la nostra modernità agonizzante. Pluriscomunicato (dai luterani e dai calvinisti, oltre che dai cattolici), Bruno in realtà non era contro la fede, ma contro il suo uso fanatico, contro la visione della verità assoluta promanata dalla teologia e da qualsiasi fondamentalismo: ecco perché la sua filosofia voleva distruggere le prospettive assolutistiche. Per farlo, minò alla base il sapere costituito, demolendone le certezze.   
 
Volendo sintetizzare oltremodo, dovendo procedere a una tracciatura essenziale, l’enormità del filosofo di Nola sta nell’essere partito dalla cosmologia, dall’aver ribaltato il geocentrismo per trarne conseguenze anche filosofiche, per spargere i semi delle idee moderne di democrazia e uguaglianza. Bruno si rifà a Copernico, per il quale non è la terra ma il sole a essere il centro dell’universo, con buona pace del sistema gerarchico di matrice aristotelica e cristiana in vigore da secoli. Ma in Bruno le conseguenze sono ben più estreme: non solo il centro dell’universo non è rappresentato dalla terra, ma non lo è neppure dal sole, non vi né geocentrismo né eliocentrismo. Molto più radicalmente e iconoclasticamente, non vi è alcun centro perché l’universo è infinito e il nostro sistema solare è solo uno tra i tanti, tra i molti, tra gli infiniti mondi esistenti. Ma allora, se non può esservi un centro, il centro sarà dappertutto. Tutte le gerarchie verranno annientate, perché il centro non sarà più un concetto assoluto ma diverrà relativo: ogni essere umano, dal più autorevole al più miserevole su questa terra, potrà essere un centro.

Dunque, questo spostare l’asse dal piano cosmologico a quello antropologico, questo assegnare pari dignità a ogni essere vivente, ammettendo di conseguenza la possibilità di relazioni equanimi tra gli individui perché nessuno può ritenersi superiore all’altro, rappresenterà un sovvertimento troppo radicale e pericoloso per tempi oltremodo bisognosi di certezze assolute. Tutti liberi in nome della ragione, dell’ideale dell’uomo ragionante, ontologicamente comunicante con i suoi simili, in relazione e non in separazione. Da un tale costrutto discende la forma democratica dell’ordine civile, ma anche l’idea stessa di anarchia, affibbiata all’individuo come sua determinazione più radicale: vi può essere comunità solo nel rispetto delle diversità, nella responsabilità delle proprie azioni e nell’accettazione di quelle altrui.
 
Ecco l’inusitata modernità del Nolano: distinguere – se così vogliamo dire – come funziona il cielo da come in “cielo” ci si arriva. I libri sacri non si occupano né di filosofia, né di scienza. Se ai filosofi spetta l’indagine sulla natura, ai teologi toccano le leggi morali: i due piani non possono essere confusi e Bruno lo afferma candidamente, ben prima di Galilei. La religione dovrebbe consentire agli uomini di vivere in pace tra loro: se viene meno a questa istanza cessa la sua ragione d’essere. Non si tratta di unire l’uomo a Dio, ma l’uomo all’uomo, alla comunità che gli appartiene, e tutto scaturisce dalle nostre opere, da quanto fatto a favore o contro la coesione sociale. Non solo. Per Bruno la religione non deve più continuare a tratteggiare una divinità fuori dalla natura, relegata in un altrove che le è proprio ed esclusivo, perchè la divinità anima tutto ciò che esiste, ogni cosa vivente e non vivente, la materia stessa. Quivi sta l’affondo finale alla religione e al cristianesimo, che ha contribuito a svalorizzare la vita terrena e l’importanza delle opere: ogni essere umano è dignitoso perché in esso vi è il marchio stesso di Dio, e nessuno detiene la verità assoluta, dalla cui assenza discende la tolleranza e la consapevolezza dei propri limiti.
 
Forse per questo il Nolano, maestro della dissimulazione e dell’oratoria, in grado di affabulare e competere con qualunque avversario forte di una cultura enciclopedica sconfinata, rinuncia all’abiura e accetta di morire. Non prima di essersi fatto beffa dei suoi avversari con la celebre frase “avete più paura voi a infliggermi questa condanna che io a subirla”. La filosofia non doveva separarsi dalla vita: si poteva discutere delle questioni teologiche ma non di quelle concettuali, sistemiche, perché ciò avrebbe significato ridurre la filosofia a un mestiere e la vita a una rincorsa di falsi valori. Non esiste il bene e il male, il bianco e il nero: dividere la realtà in schemi duali e contrapposti non aiuta a comprenderla.  
 
Se la crisi religiosa, culturale ed etica dell’epoca di Bruno apre le porte alla modernità, a un mondo completamente nuovo, la contemporaneità nel suo sfacelo sembra rappresentare la chiusura di un cerchio lungo quattrocento anni, come peraltro ben teorizzato anche recentemente da filosofi come Vittorino Andreoli e Giorgio Agamben. Resta ben poco dell’eroico furore animato dalla sete della Verità, dalla ricerca dell’unità del Tutto rispetto a ogni particolarismo, a ogni visione separata e individualistica. Il sapere quale strumento di emancipazione dell’essere umano non è più materia di scienza: alla scienza è stato sostituito lo scientismo, sorta di neopaganesimo da sostenere con atti di fede, incarnato da personaggi imperscrutabili la cui autorità li preverrebbe dalla fallacia e dalla critica.

A fronte di un Giordano Bruno che pagò con la vita e una morte atroce il peccato di aver espresso un pensiero alternativo al sentire comune, oggi gli intellettuali e gli scienziati stessi prediligono il conformismo e l’omologazione, rivestendo di un velame dogmatico e dunque inconfutabile le proprie dissertazioni. In questo senso l’oscurantismo di oggi ha molto da spartire con quello di ieri: nulla potrebbe esservi di più antiscientifico che glorificare i soggetti avvezzi a comprovare esclusivamente modelli culturali ortodossi e assimilati. Non più dunque il dubbio, inteso socraticamente come motore della ricerca della verità, non più il senso critico e l’equidistanza da qualsiasi preconcetto, ma un atteggiamento fideistico e omologato che eleva la scienza appunto a scientismo, nuova religione per una nuova modernità, nella quale l’idea di Dio affoga in un mare di laicismo che ha però ugualmente bisogno di un comandante che sappia guidare la sua nave tra i marosi. La nuova scienza, fideisticamente intesa, si fa così promotrice di certezze incontestabili: chi si permette qualche pur autorevole dissenso viene additato come sovvertitore dell’ordine costituito dai nuovi padroni del discorso. Nulla di più e nulla di meno di quanto già vissuto da Giordano Bruno, Galileo Galilei e Tommaso Campanella quattro secoli orsono: da una parte il furore della ricerca della Verità, dall’altra la teologia della morte come rimedio agli aneliti vitali dell’essere umano.  
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