Il cinema di Samuele Bersani - InEsergo

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01 Novembre 2020 - Musica

Dieci cortometraggi per "Cinema Samuele", un ritorno che profuma di capolavoro

Il cinema di Samuele Bersani
 
Il tuo ricordo trova un buco nella rete, si infila dentro il mio cervello e fa il padrone. Samuele Bersani è tornato. Sette anni da Nuvola numero nove, sette anni che sembrano infiniti, un collasso spaziale, uno scherzo di tempo. Il mondo, intanto, continua a cambiare. Sempre più frenetico, la musica è un ossimoro di accidentale noncuranza. Tutti un po’ assuefatti, e pure narcotizzati dall’esistenza. En passant, che la vita è fugace e latrina per cani. Ma c’è un cinema che non teme coprifuoco o chiusure anticipate. È un luogo non luogo, immaginario, reale da picchiare dentro e insieme etereo ed essenziale. È il Cinema Samuele, proiettato già sulla copertina di Paolo De Francesco a sagoma di cantautore, uno dei più grandi rimasti a sfidare le foglie e il vento: balconi e lucine, vite nascoste, l’arcobaleno del mefistofelico andràtuttobene, il Nettuno e le 10.25 dell’orologio della stazione di Bologna. Arriva così, questo disco. Sussurrando. Ci chiede di essere ascoltato mentre la testa va altrove, l’umanità gronda follia. Ah, la pazzia. Il mondo chiuso a riccio, la chiave buttata via dopo il fermo del lucchetto. Chissà che se ne farà ancora della musica questa umanità stracciona, se le parole sono lì, gettate a spaglio come semi sull’acqua glauca di un lago orfano dei suoi affluenti.
 
Mi controllo poco e piango, perfino in questo studio mentre canto. Eccole, dunque, le magnifiche sorti e progressive dell’ipertecnologia da un miliardo di pixel. Pixel, già. Proprio all’apertura del disco, con sonorità che si dispiegano fredde e sequenziate, quasi a rimandare per un attimo ai corrieri cosmici “che stanno su in Germania” del secolo scorso. Ma è solo un déjà vu, perché poi arriva lui, principe decaduto e andato a sbattere, e le atmosfere cambiano, si inondano di profumi e battiti cardiaci. Bersani comincia ad aleggiare sulle onde di linee vocali studiate fino allo spasimo, pensate per librarsi in volo senza ali. Mai banale l’ormai cinquantenne pupillo di Lucio Dalla: gli intervalli melodici sono il suo marchio di fabbrica, poche note e riconoscerlo tra la pedestre pletora è balsamo per le orecchie. Non è colpa del mixer, se ho la voce più triste. Tutto è fresco e moderno, i suoni, gli arrangiamenti che scivolano sulla pelle leggeri leggeri come capita solo quando il pop è perfetto. Ma non fatevi ingannare dal vestito perché ogni attimo è intriso di immane perfezionismo, ogni sillaba è unguento per le ferite, psicanalisi traslucida, salvezza da se stessi e dal mondo esterno. Questo un’artista fa: quando scende la notte lui accende la luce e lumeggia la stanza.
 
Stava facendo harakiri, chiuso in un cinema porno francese canta in Harakiri, mentre gli En e Xanax di una vita fa lo prendono in giro seduti sui cofani. Sin troppo facile rintracciare le fonti delle canzoni di Samuele Bersani, più difficile seguirne il divenire perché quello si chiama talento: parlare a se stessi come a una seduta di introspezione, poi prendere i risvolti intimi e renderli fruibili a tutti, pubblici, popolari. Procedendo così, un acquerello dopo l’altro, le istantanee di una vita s’impilano smargiasse e presentano il conto. Accade perfino che passato e presente duellino a distanza, con le lusinghe del primo, che è una droga che non ho più intenzione di prendere. Il passato è troppo in ritardo per dare lezioni a chi invece è in orario: è uno degli apogei del disco, Il tuo ricordo, troppo visionario, surreale, metafisico per ascoltarlo senza chiudere gli occhi, senza sentire strillare le viscere. Il problema è nostro, che non eravamo più abituati a certe vette, giacché alla mediocrità ci si adegua sempre troppo in fretta.

Ma Cinema Samuele è anche una fantasmagoria di immagini e luci. Succede di tutto, si raccontano sconfitte senza vittorie, se non il rimanere in piedi, che è già tanto quando si barcolla malgrado la terra ferma. Così la controparte del cuore potrebbe essere una bellicista delle parole, al punto da dover procurare un calcio di rigore per concedere il gusto di segnare e farla subito finita: è spesso l’altra metà di una Mezza Bugia a inficiare un equilibrio interiore fin troppo precario. Ma la lei di un rapporto di coppia potrebbe anche essere una poetessa che come un fiume allaga di rime il mio campo, sbaragliando ogni forma di difesa possibile, lasciando senza contromosse (Con te): Bersani sa che il noi si fa uno quando l’amore sfocia in istantanee di magia, per questo raddoppia la voce nei passaggi chiave, quasi cantasse per sé e per qualcun altro. E se invece le due metà del cielo avessero lo stesso colore rosa (Le Abbagnale), di due amanti tanto differenti quanto unite da una città rimasta a lume di candela, i fiati allora scoccherebbero scintille e l’atmosfera lambirebbe la gaiezza di un Gran Bazar dove nascondersi non sarebbe più necessario.  
 
Nel frattempo, la realtà trasmuta: sempre più virtuale, asettica, impalpabile. Come uno smooth jazz un po’ notturno e algido, ma col battere in quattro, a tempo con un cuore digitale. Sono cresciuto coi consigli di una pediatra senza figli, ma non ci sono solo gli hikikomori là fuori, perché alla fine il morbo del virtuale prende un po’ tutti, piega il collo sullo schermo e tutto quanto accade oltre scolora rapidamente. Così Scorrimento Verticale, nuovamente, è confessione autobiografica e denuncia della nuova schiavitù tecnologicamente corretta, racchiusa in un cristallo liquido con cui sembra di poter fare qualsiasi cosa senza farne nessuna veramente.
 
Prima di chiudere il cerchio Bersani cala l’asso e cambia posizione: alle soglie dei trent’anni di carriera e di centinaia di interviste rilasciate, eccolo dalla parte del giornalista costretto per ricatto all’apologia dell’artista cialtrone e mentecatto, che alle 10 è già ubriaco, e che viene invece maltrattato come si deve in un guizzo di dignitoso azzardo da chi ogni giorno deve trovare il modo di sfangarla (L’intervista). Ma siccome questa è la società del bel pensiero e del politicamente corretto, perderà ovviamente il più debole, ritratto con le formiche sulla fronte che fanno merenda, ma orgoglioso fino allo spasimo lontano dalle puttanate vostre.
 
Il congedo è Distopici (Ti sto vicino), l’ultimo cortometraggio proiettato sullo schermo: l’atmosfera diviene plumbea, il cielo è bigio, opprimente. Come potrebbe essere altrimenti se le fiamme bruciano il mondo? Cosa accadrà ancora di tanto orrendo? Ti sto vicino ma sta per scendere il coprifuoco e i camion dell’esercito presidiano le strade. La gente vagola per cercarsi, ma sono come ladri in un mondo che ha oltraggiato decenza e speranza. Hanno vinto le paure e l’egoismo, il tutti contro tutti: Bersani lo vede e lo traduce, le atmosfere si fanno apocalittiche anche se sono solo canzoni. No, la musica non può cambiare il mondo. Non più. Possiamo però tornare al Cinema Samuele quando ci pare: in fondo, come diceva Schopenhauer, la vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Sta a noi scegliere di leggerli in ordine o sfogliarli a caso.
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