Il ritorno della bellezza - InEsergo

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22 Novembre 2020 - Attualità

Perché dal baratro nascerà un uomo nuovo
  
Il ritorno della bellezza
 
Illustrazione di Tullius Heuer
“Non si può trasformare il buio in luce e l'apatia in movimento senza emozione
Carl Gustav Jung

“Finché non saremo liberi, torneremo ancora”
Franco Battiato

“La bellezza salverà il mondo”
Principe Myškin, da “L’Idiota” di Fëdor Dostoevskij
 
Il buio è sceso sul mondo. È in ogni dove. Nelle strade deserte, nelle piazze, nell’assenza di profumi e sentori. Il buio s’è fatto silenzio, irreale. S’è incarnato negli occhi della gente, ne ha preso possesso per mezzo della paura, del terrore di vivere, del terrore di morire. Il buio si alimenta di un vocabolario nuovo, stilato pescando tra espressioni infauste e neologismi ad arte. Le parole sono importanti! esclamava feroce Michele Apicella, alias Nanni Moretti, nell’immenso Palombella Rossa. Eccome se lo sono: chi parla male, pensa male e vive male. Distanziamento sociale, coprifuoco, assembramento, negazionismo: una pletora di nuovi mantra, ipnotici, scesi dall’alto, mitragliati, ribattuti ogni giorno alla maniera di chiavi semantiche di una nuova realtà, di un mondo nuovo. Come per un sadico incantesimo, ecco le connessioni neuronali placidamente adattarsi, le abitudini cambiare, la disperazione montare da chissà dove, farsi largo, esplodere in conati di rabbia e di guardi svuotati, di volti coperti, di virtuale che si fa reale. Illusioni, favole della buonanotte, benzodiazepine per l’anima che batte e ribatte e alla fine si arrende. Perché c’è il virus, c’è la signora con la falce che ci prende e non siamo immortali, oh no. Non più.
 
Nell’Ottocento ci sono state qualcosa come sette pandemie di colera, con seicentomila morti solo in Italia: anche Giacomo Leopardi ne fu vittima, a Napoli, nel 1837. Eppure, il diciannovesimo secolo ha visto i moti risorgimentali, le tre guerre di indipendenza, la primavera dei popoli, la nascita del socialismo, Giuseppe Mazzini e il mazzinianesimo, i cui ideali cambiarono per sempre la storia del nostro paese. Il mondo non si fermò, la vita andò avanti (a spasso con la morte), dei problemi sanitari le cronache dell’epoca quasi non fecero menzione. Oggi manca la cultura del collasso antropologico, la volontà di guardare finalmente negli occhi tutto ciò che abbiamo rimosso e non abbiamo voluto vedere, fiduciosi di vivere nel migliore dei mondi possibili.
 
Ricordo quando i cari nonni mi raccontavano di un’esistenza completamente diversa. Ho avuto la fortuna di ascoltarne i racconti, sempre lucidissimi e mai nostalgici, pur se disincantati. Era l’Italia del dopoguerra che spesso faceva capolino nelle loro memorie, e malgrado la polarità tra passato e presente potesse nutrirsi in qualche modo della malinconia portata in dote dal passare del tempo, quegli scorci di vita, di storia vissuta, sapevano brillare di intrinseca dignitosa alterità. I nonni parlavano di una nazione distrutta, di città fatte a pezzi, di un mondo ridotto in macerie la cui memoria era stata non solo oltraggiata ma addirittura bombardata via. Ciononostante, la gente si aggregava, ballava, lavorava, le famiglie nascevano e i figli si allevavano. Chi poteva studiava, leggeva, imparava a scrivere e far di conto – più tardi grazie anche al supporto della televisione di stato, di Alberto Manzi e del suo Non è mai troppo tardi. Vi era solidarietà, la miseria si stagliava dappertutto, l’essenziale costava fatica e il superfluo non era neppure etimologicamente concepibile. Eppure, l’uomo era vivido, combattivo, aggrappato alla vita con tutta la dedizione e la riconoscenza di chi, consapevole di aver salvato la pelle, ne apprezzava il dono e ne voleva perpetuare il senso ai figli dei suoi figli.
 
Poi è arrivato il benessere, il boom economico, lo yuppismo e l’edonismo della Milano da bere. Il superfluo e il senso di onnipotenza. L’appagamento ha ammorbato le pance, i sorrisi sono trascolorati in sbadigli e anno dopo anno la noia di vivere e il disagio esistenziale sono stati sdoganati come incidente di percorso lungo il tragitto di un nuovo avveniristico modello sociale. Capitalismo predatorio, mercimonio, liberismo sfrenato: eccoci ai tempi moderni, aggrediti da un morbo per il quale non abbiamo anticorpi perché sono stati tutti disinnescati prima. Nondimeno, anche i tracolli hanno le loro finalità, le crisi smuovono tasselli inveterati e tutto accade in perfetta coerenza con le premesse. Ciò che è così deve essere.
 
Assisteremo alla rinascita dell’uomo. Presto o tardi è difficile dirlo. Forse tardi. Le tenebre avranno da sguazzare per molte lune ancora, ma non potranno traslare all’infinito l’aberrazione del saccheggio dei connotati esistenziali. L’universo tende sempre all’equilibrio. L’arte, la cultura, l’essenzialità rifioriranno. La bellezza tornerà a pervaderci e a stordirci. L’individuo apolide e senza più riferimenti, sbatacchiato contro gli scogli di un’esistenza incerta e avvertita intimamente come inconsistente, potrà solo scegliere di cedere o rinascere. La salvezza passerà necessariamente per il ritorno al sé, per l’inversione di rotta dall’esterno all’interno, per la riscoperta degli effetti magici del lavoro interiore, del cinema e della musica, del teatro e della letteratura. Potranno continuare a privarci della libertà per il nostro bene, atomizzarci e disgregarci per la nostra salute, boicottare i nostri sogni e farli fallire in nome dell’interesse collettivo, protraendo una guerra che si combatte nell’invisibile, nei cuori e nelle coscienze. Tuttavia, ciò che il mondo non può dare non può nemmeno togliere, per citare un concetto caro al fisico Pier Giorgio Caselli.
 
Certamente il mondo, questo mondo agonizzante e attaccato al respiratore, non può più promettere nulla né abbindolare nessuno. Serve un’inversione di rotta e avverrà. Ci sarà un salto evolutivo: chi rimarrà in piedi ne sarà l’araldo e la manifestazione. In questi ultimi anni i testimoni del tempo, gli artisti (quelli veri, non i giannizzeri degli uffici marketing o i peones del politicamente corretto e del socialmente utile), gli intellettuali che lo sono anche lontano dai prosceni televisivi, hanno avuto il sentore di essere i nuovi carbonari, senza quasi uditorio. Ogniqualvolta in passato hanno fatto capolino le correnti di risacca, il basso si è compenetrato di alto, gli afflati sono divenuti superiori e le singole istanze collettive. Se l’uomo edu-castrato e modernamente evoluto ha creduto che l’appagamento potesse fare le veci della gioia, che la serenità si acquistasse a prezzo di costo e che l’eternità fosse questione di progresso scientifico, la colpa non è di un virus ma di prospettive sistemiche prima avallate e poi rimpolpate con convinzione. L’essere umano risorgerà, tornerà a compiacersi della sua umanità. Non più macchina biologica ligia e sanificata, svuotata di senso, in lotta per prolungare il sonno dell’esistenza, ma portatore sano di emozioni e caducità, nuovamente consapevole di sé e della sua (reale) natura. Nulla di meglio si approssima all’orizzonte. Questo d'altronde è il capolinea. La bellezza ci salverà e noi torneremo ancora.  

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