Autostrade VS Italia - InEsergo

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5 Dicembre 2019 - Cultura

Pillole di cronaca surrealistica

Autostrade VS Italia
  
Sulla questione Autostrade si avverte nell’aria un clima che non mi piace per niente: è il tutto contro tutti, con in mezzo i miserrimi cittadini che salgono sulle loro automobili ogni giorno. Prima del crollo del Morandi nessuno si poneva la questione se i viadotti fossero o meno in buono stato di salute: ci si passava sopra e basta, senza farci caso. Dopo la rottura “fragile” del 14 agosto 2018, e le sue quarantatré vittime, siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di una metodologia truffaldina, tesa (pare) a pastrocchiare sistematicamente i rapporti di sicurezza per ridurre i costi della manutenzione ordinaria e straordinaria. Ma proviamo a mettere ordine.

Il TAR Liguria s’è appena espresso circa il ricorso presentato da ASPI sull’incostituzionalità del Decreto Genova e l’esclusione dai lavori di ricostruzione del ponte. Le motivazioni del ricorrente sono state ritenute plausibili in quanto “paiono configurare una restrizione della libertà di iniziativa economica che, in assenza di accertamenti in ordine alla responsabilità dell’evento, non pare giustificata dall’esigenza di tutelare eventuali interessi di rango costituzionale”. Ragion per cui, “in relazione a tutto quanto precede, il giudizio deve essere sospeso e gli atti vanno trasmessi alla Corte costituzionale, essendo rilevante e non manifestamente infondata, nei limiti e per le ragioni esposte, la questione di legittimità costituzionale”. La sensazione che Autostrade potesse veder riconosciute le proprie istanze si era già percepita nell’aprile scorso con la rimozione del presidente del TAR Liguria Giuseppe Daniele, destinato ad altro incarico per aver affermato che “la società Autostrade potrebbe uscirne vittoriosa e chiedere un risarcimento dei danni”. La patata bollente passa dunque nelle mani del più alto organo di garanzia costituzionale italiano, a comprovare l’estrema delicatezza della questione.

S’avvicinano a grandi passi le conclusioni del secondo incidente probatorio, attualmente in corso, che dovrà far luce sulle cause del collasso del Ponte Morandi. Almeno si spera. Mentre i più continuano a tromboneggiare a caso, dobbiamo infatti ancora comprendere cosa sia successo realmente quel maledetto 14 agosto. Ha ceduto uno strallo? L’impalcato? Il cavalletto coi suoi otto puntoni? Il traverso in alto? E come? Per quale motivo? Fino a che punto ha inciso la cattiva manutenzione e le acclarate patologie del viadotto? In meno di quindici secondi è imploso un pilone di cemento armato precompresso alto novanta metri e pesante l’ira di Dio senza alcun segno di deformazione visibile fino a un attimo prima. Quelli che la fanno facile trarrebbero beneficio dal tenerlo sempre a mente.

Il maître à penser Luigi Di Maio, transitato con sicumera crassa dai dicasteri dello sviluppo economico e del lavoro a quello degli affari esteri, continua a tuonare sulla revoca delle concessioni autostradali. Peccato si stia parlando di Atlantia, società per azioni (che possiede oltre l’88% del capitale sociale di Autostrade per l’Italia) di cui i Benetton detengono il 30.25% delle quote complessive. Il resto è in mano a fondi d’investimento internazionali e colossi dell’alta finanza mondiale, più un 45% flottante tra tanti piccoli azionisti, provenienti perlopiù dagli Stati Uniti d’America e dal Regno Unito. La vicenda Alitalia insegna quali tipo di ritorsioni siano possibili, tutte a carico dello Stato, e quindi del contribuente. La revoca unilaterale delle concessioni, prima di un regolare processo e dell’espletamento dei tre gradi di giudizio con sentenza finale, comporterebbe non solo un indennizzo di oltre venti miliardi di euro (c’è chi ipotizza che l’ultima parola al riguardo spetti al TAR del Lazio), ma si paleserebbe come una vera e propria catastrofe economica per una marea di piccoli risparmiatori. Precedente ineguagliato: revocare una concessione pubblica senza neppure attendere gli esiti della relativa inchiesta giudiziaria significherebbe fare a brandelli la certezza del diritto nonché mettere potenzialmente in discussione le fondamenta di qualsiasi altra assegnazione statale. In Italia oggettivamente non esistono succedanei imprenditoriali a livello dei Benetton e il ritorno alla nazionalizzazione implicherebbe giocoforza robuste iniezioni di denaro pubblico nelle casse di Anas. A volerla poi dire tutta, se Autostrade ha i suoi problemi non è che Anas sappia fornire garanzie assolute di accollamento dei mali del Creato. Anzi.

La Procura di Genova prosegue le sue sconfinate indagini e parla di ponti a rischio rovina, ordinando la chiusura del tratto autostradale della A26 da Genova in direzione Alessandria, in corrispondenza dei viadotti Fado e Pecetti. Autostrada riaperta dodici ore dopo - una corsia per senso di marcia - a seguito di un lungo vertice tra il ministro dei trasporti e ASPI reso epico dalle tonitruanti affermazioni del governatore della Liguria, Giovanni Toti: “siamo in guerra, siamo a Stalingrado”.  Il Nord-Ovest italiano in ginocchio e una regione col suo capoluogo piombati in un caos da brodo primordiale, affetti da una psicosi da crollo imminente che qualcuno ha pensato pure di cavalcare seminando il panico (vedasi note vocali su WhatsApp e relativo intervento dei carabinieri per procurato allarme). Peccato però che dopo ben quattro giorni di posizionamento simultaneo sulla tratta interessata di sedici autocarri di trenta tonnellate l’uno - per un peso complessivo superiore di oltre il 75% di quanto mediamente rilevabile nei momenti di picco del traffico -, Autostrade abbia accertato in una nota ufficiale che il livello di abbassamento dell’impalcato sia stato addirittura equivalente a quello riscontrato durante il collaudo originario: livello azzeratosi elasticamente una volta rimossi i carichi. Dal momento che tra il rischio di un collasso imminente e un valore prestazionale ottimale ritengo ci siano molte sfumature intermedie, qualcosa mi sfugge oppure non torna. Propenderei convintamente per la seconda ipotesi.

Per concludere in agonia, ai media nostrani è pervenuta la tristanzuola geremiade dell’ottuagenario Luciano Benetton, tutto proteso a difendere la sua famiglia da una “campagna d’odio” – a suo dire - totalmente ingiustificata, dal momento che “nessun componente della famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade”. Certo. Come se gli azionisti non mettessero mai becco nelle linee guida delle società controllate e nelle decisioni assunte dal loro management. Il dimissionario Giovanni Castellucci ricopriva giustappunto il duplice ruolo di amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e direttore generale di Atlantia. Ma il querulo miliardario trevigiano si sente parte lesa: alle sue tesi mancherebbe giusto l’appello alla remissione dei peccati per completare l’opera. Se non fosse che quarantatré esseri umani hanno avuto la colpa di transitare nel momento sbagliato su una strada a pedaggio sarebbe pure divertente. Così non lo è per nulla.

Auspicherei per il futuro un profilo mediamente più basso da parte di tutti i soggetti in causa, meno dichiarazioni roboanti, più cura nella diffusione delle notizie, meno interessi di parte a polarizzare l’opinione pubblica. Sono un sognatore, lo so. Una volta si diceva pure che un bel tacer non fu mai scritto ma mi rendo conto che per le utopie questa non sia proprio la storia appropriata.

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