Dispositivi anti-abbandono: una distopia modernistica - InEsergo

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17 Novembre 2019 - Attualità

Riflessione ad ampio raggio sulle disposizioni della legge 117/2018

Dispositivi anti-abbandono: una distopia modernistica
  
Il 7 novembre scorso è entrata in vigore la legge 117/2018 recante l’obbligo per le famiglie italiane con bambini di età inferiore ai quattro anni di dotarsi di dispositivi antiabbandono. È la classica storia triste con finale conforme alla narrazione. Tralasciamo il pastrocchio giuridico tra la data prevista per l’entrata in vigore della normativa (centoventi giorni dall’avvio del relativo decreto attuativo e comunque non oltre il 1° luglio 2019) e quella effettiva, ovvero quindici giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto. Soprassediamo anche sulla corsa frenetica al costoso aggeggio salvavita (da 70 fino a 500 euro), con relativo caos collettivo e tentennamenti esistenziali, nell’estremo tentativo di evitare salatissime sanzioni e consequenziale decurtazione di punti dalla patente. Compiamo un ultimo sforzo evitando polemiche su un imminente bonus di trenta euro, per una cifra complessiva di sedici milioni di euro stanziati: poco più di cinquecentomila nuclei famigliari coinvolti a fronte di una potenziale domanda di due milioni di dispositivi.
Ripartiamo invece dal principio.
Otto bambini sono deceduti negli ultimi vent’anni in Italia per essere stati dimenticati in auto dai propri genitori: cifra drammatica ma anche marginale, a fronte di un sommerso probabilmente ben più abbondante e non circoscrivibile di distrazioni assortite, conclusesi fortunosamente e quindi non balzate agli onori (si fa per dire) della cronaca. La chiamano amnesia dissociativa e si tratta di una vera e propria voragine nell’interazione tra pensieri, memoria, identità e comportamento. Laddove non vi sia un evento traumatico o una patologia, il fenomeno, in costante aumento, si manifesta in soggetti che si potrebbe banalmente definire stressati. Evitando diagnosi mediche e sentenze morali, gioverebbe uno sguardo onnicomprensivo sull’intera vicenda.
Non è questione di mala tempora currunt, ma di una società che sta perdendo abitudine al pensiero e attitudine al momento presente. Si vagola per il mondo in uno stato di torpore comatoso, oppressi dal tendere aberrante alla quantità del fare, spostando la focalizzazione sempre un passo avanti, in una condizione di eterna rincorsa. È un modo di vivere schizofrenico che deturpa l’essere umano, sempre più proteso verso impulsi emozionali di pancia, tanto violenti quanto estemporanei e irrelati. Secondo uno studio pubblicato nel 2010 sulla rivista Science, le persone spendono ben il 46,9% della loro vita da sveglie pensando a qualcosa che nulla ha a che vedere con ciò che stanno facendo: questo immane quantitativo di energie destinato al non presente sembrerebbe una delle cause primarie dell’infelicità.
Ecco. Dimenticare un figlio in macchina è soprattutto triste. Imporre con la forza della legge un dispositivo antiabbandono è triste e puzza pure di mercimonio. La prospettiva non sembra quella di focalizzare i contorni di un malessere, sforzandosi di divellerne le cause, ma semmai di sdoganare un palliativo che renda meno perniciosa la droga. Come normalmente accade in tempi di coma diabetico e impoverimento percettivo, la visuale viene ribaltata: si sarebbe potuta valutare, al limite, in accordo con le case automobilistiche, la possibilità di dotare i nuovi modelli di vetture di un rilevatore di presenza sul sedile posteriore integrato direttamente nel sistema, piuttosto che obbligare i privati cittadini ad acquistarlo di tasca propria. A maggior ragione se si considera che l’amnesia dissociativa non è un fenomeno esclusivamente italiano (la legge antiabbandono, invece, un orgoglio tutto nostrano).
Il problema è che in una società già prossima alle distopie vagheggiate da scrittori come Aldous Huxley e George Orwell, piuttosto che correre il rischio di ridiscutere i presupposti dell’intero sistema, rischiando di minarne di fatto le fondamenta, si autoproducono gli psicorimedi per mantenere sempre vivido il senso di sbornia post-ubriacatura. Aspettiamoci dunque per il futuro prossimo la delega dell’indipendenza umana all’elettronica di congegni sempre più autopensanti e interconnessi, secondo un preciso piano non solo politico ma prima ancora neoliberistico e sistemico.
In cauda venenum, considerare il tutto come logica conseguenza della normalità delle cose, come segno di un processo evolutivo tecnologico e inarrestabile che addita di neoluddismo chi arrischia il contrario, è la cifra finale di una distopia modernistica. Della follia, se preferite.

Si ringrazia la psicologa e psicoterapeuta Simona La Fortezza per la consulenza

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