Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera - InEsergo

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25 Ottobre 2020 - Storie

Schegge di introspezione sulla via dell'eterno ritorno al sè

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera
 
Disegno realizzato da Michele Lepera
“Ti supplico di avere pazienza con ogni cosa irrisolta nel tuo cuore e cercare di amare le domande stesse come se fossero stanze chiuse o libri scritti in un linguaggio completamente sconosciuto.”
(Rainer Maria Rilke)

“Che ci faccio qui?” è il titolo dell’ultimo libro di Bruce Chatwin, pubblicato nel 1988, la summa della sua vita da irrequieto scrittore-viaggiatore. Ma è anche la domanda che, danzando nell’aria come una foglia in autunno, si posa nel sottobosco della mia anima con un fruscio che pare un boato, mentre guardo “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” del regista coreano Kim Ki-duk.

Ho scritto un periodo molto lungo perché pensavo a tutta quell’acqua - cheta - sulla quale galleggia il film.

Torno alla domanda iniziale, “che ci faccio qui?”
Qui seduto sul divano, scosso e increspato come se qualcuno avesse gettato una briciola nel mio lago interiore e le onde non la smettessero di propagarsi.

Sarebbe più adeguato descriverti la trama, parlando dei cinque capitoli che corrispondono alla ciclicità delle stagioni e al successivo nuovo inizio. Dovrei presentarti i protagonisti: il silenzioso monaco buddista e il suo discepolo, che cresce e cambia attraversando le stagioni della vita, tra errori e redenzioni. Potrei andare più nel dettaglio e citare i cinque animali simbolo di ogni capitolo.
Se fosse una vera recensione, sarebbe necessario dare spazio a tutto ciò e poi alle date, alla carriera del regista, al suo pensiero, agli aneddoti curiosi.
Ma dalle dita che picchiettano sulla tastiera in questa sera d’ottobre, con “Valtari” dei Sigur Ros a farmi da abat-jour, può uscire solo un’introspezione.
E mille domande.

Mi distraggo un momento, soffermandomi proprio sulla copertina dell’album del gruppo islandese, che niente ha a che fare col film, solo una mia scelta musicale su cui appoggiare i pensieri.
C’è una nave che galleggia nel cielo, lontana all’orizzonte, appena sopra una grande distesa d’acqua: impensabile leggerezza, proprio come la minuscola casa-tempio di “Primavera, estate…” che galleggia al centro del lago e, pur senza fondamenta, nessuna corrente (d’aria o d’acqua) la sposta.
Poi il vonlenska, la lingua inventata dal cantante dei Sigur Ros (vonlenska = linguaggio della speranza) che in quanto indecifrabile a livello razionale, sembra specchiarsi nel magico silenzio che pervade l’intera pellicola. In entrambi i casi non si comunica alla ragione, ma all’inconscio, all’intuito.

Ripeto: il film e l’album non hanno nessun legame se non nelle mie elucubrazioni notturne. E in tutta questa insondabile e profondissima leggerezza, la mente annaspa, appesantita da troppi punti interrogativi.
Dove si trova realmente quel lago con la sua natura incontaminata? É solo un luogo geografico?
E perché il film (così come il monaco) non si allontana mai da lì? Al contrario il discepolo, quando decide o è costretto a partire, sparisce dalla storia, almeno fino al momento dei suoi ritorni.
E io - “io” inteso come ognuno di noi, anche tu che leggi - quante volte mi allontano da me stesso, abbandonando il mio maestro interiore? Quante volte sono letteralmente assente?

Chi è il monaco e quanta pazienza ha? Chi può essere costantemente presente da accogliere sempre il mio ritorno? Dio? La Mamma? Quindi il lago è una goccia di liquido amniotico rimasta dentro ciascuno di noi?
O più semplicemente quella pace interiore senza nome che sa aspettare. Aspettare che prima o poi il nostro ego faccia silenzio e, prima di entrare e contaminarci, impari a bussare - con profondo rispetto - a quella porta senza pareti che è la nostra anima, la nostra natura, nostra Mamma: la Coscienza.

Quindi, in ultima analisi, Kim Ki-duk (che veste anche i panni di attore nell’Inverno del film) ci esorterebbe ad abitare quella goccia di coscienza e ad averne rispetto.
É solo un’interpretazione personale e lascia il tempo che trova.
 
Mentre la domanda “che ci faccio qui?” sulla soglia di me stesso, indeciso se conoscermi o fuggire, continua a rimbalzare nel silenzio e la risposta è un mantra recitato in vonlenska.
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