La vita ai tempi del Covid-19 - InEsergo

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18 Marzo 2020 - Cultura

Echi di resilienza dalla frontiera lombarda

La vita al tempo del Covid-19
  
Questo scorcio di inverno 2020 resterà inesorabilmente nelle menti e negli occhi di tutti per l’epidemia, successivamente definita dall’OMS pandemia, causata dal Covid-19. Non sono un virologo, né tantomeno un medico o un esperto nel settore sanitario. Tuttavia, l’ipotesi che si tratti di una “semplice influenza” appare ormai da scartare in toto. Di quest’ultima mantiene i sintomi principali, specie se contratta in forma non violenta, assumendo tuttavia un comportamento decisamente più subdolo per il fatto che gli asintomatici – in quanto tali – non percepiscono in nessun modo di aver contratto il virus, divenendone portatori sani. Nei casi più gravi, invece, si palesa come una sorta di forte polmonite, con i polmoni che si riempiono di muco, conseguenti crisi respiratorie e pazienti ricoverati in terapia intensiva. Non sappiamo ancora quando questo incubo potrà finire. Dovendo dar credito alle ipotesi più verosimili, e studiando con attenzione la “curva cinese”, dovremo aspettare tutto il mese di aprile e superare il picco (previsto per fine marzo) per poter vedere risultati apprezzabili e un quasi azzeramento del contagio. Quello che è molto probabile è che tutti, chi più o chi meno, avremo delle ripercussioni psico-fisiche che incideranno sulle abitudini di vita giornaliere.
Sono stati pubblicati studi di settore che si occupano dei possibili effetti che il Covid-19 potrebbe avere specialmente sulle persone impiegate giornalmente in corsia ospedaliera. Già virale è la foto scattata a un’infermiera cremonese, con la testa adagiata sulla tastiera del notebook al termine di un’estenuante giornata lavorativa. Non possono non venire in mente le scellerate manovre che i vari governi, nel corso degli ultimi anni, hanno prodotto in termini di tagli netti al settore della sanità, con conseguente riduzione di personale e mancanza di attrezzature idonee (respiratori su tutti) che mai come oggi rappresenterebbero la possibile salvezza per i pazienti in terapia intensiva.
 
Finiamo, quindi, aggrappati alla consueta conferenza stampa delle 19, sorta di rito quotidiano, nella speranza che possa darci finalmente buone nuove sull’andamento del contagio, che entro fine marzo (sulla falsariga della “curva cinese”) possa iniziare a diminuire progressivamente il numero dei contagiati e aumentare, di conseguenza, quello dei guariti. Assistiamo, tuttavia, a comportamenti non propriamente da emulare, tanto al Nord, quanto al Sud del nostro amato (?) stivale. Un manipolo di scellerati omuncoli, nonché vettori di virus, fino a pochi giorni fa alimentavano la movida milanese, riempivano le piste da neve o, peggio ancora, si riversavano selvaggiamente al Sud, anteponendo l’egoismo all’amore per i propri amici e familiari, residenti nel meridione.

Nel mentre continuano a ventilarsi ipotesi circa le origini del contagio: c’è chi sorregge la teoria che si tratti di un virus creato ad hoc in laboratorio; altri sostengono, invece, che il tutto sia riconducibile alla trasmissione da animale a uomo (si parla di pipistrelli e/o serpenti, che si trovano abitualmente in determinati menù asiatici). Abito a Cremona, patria della liuteria, da 25 anni, e non potrò mai dimenticare il clima che sto respirando in questi giorni: le strade sono praticamente deserte, vedo in giro solo cani al guinzaglio dei loro padroni e tante, purtroppo, tante ambulanze che squarciano il silenzio, illuminando la notte cremonese con le sirene spiegate. Si annusa un’aria da coprifuoco. Al supermercato gli stessi individui che una volta mi apparivano sorridenti o gioviali sembrano percepirmi come potenziale minaccia. Difficile stabilire come sarà la nostra vita alla fine di questo inferno. Sto rivalutando molte persone, in positivo e in negativo. Alcune le sento vicine, anche grazie alla tecnologia che mi permette di restare in contatto con i miei affetti e gli amici veri, quelli di una vita, sinceramente preoccupati perché sanno dove vivo e conoscono la situazione della Lombardia. Certamente il tanto agognato ritorno alla normalità comporterà del tempo e vivrà di vari steps, nei quali saremo chiamati responsabilmente ad accettare misure graduali che ci porteranno a riappropriarci della nostra routine. Mi auguro solamente che, una volta usciti da questo incubo, potremo davvero valorizzare tutto ciò che rendeva uniche e irripetibili le nostre giornate, in termini di incontri, passatempi anche frivoli, perché no? Infine, da docente, mi sento di dissociarmi da questa voglia bulimica dei colleghi di ogni ordine e grado di riempire di compiti i malcapitati studenti. Sarebbe stato molto più utile adottare una didattica alternativa e meno legata ai contenuti. Ma questo è un altro discorso, per quanto interessante e valevole di essere trattato, ed esulerebbe, forse, dal senso dell’articolo.

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